torna all'indice I nuovi vestiti degli Ospedali psichiatrici giudiziari - di Franco Rotelli (a proposito una legge molto “pericolosa”)
I fatti sono noti: negli ultimi due anni, anche a seguito di diverse denunce delle Corti di giustizia europee, la Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale del Senato italiano, presieduta da Ignazio Marino, ha sviluppato un’indagine sui 6 Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), in cui sono oggi internate circa 1400 persone. [...]
I fatti sono noti: negli ultimi due anni, anche a seguito di diverse denunce delle Corti di giustizia europee, la Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale del Senato italiano, presieduta da Ignazio Marino, ha sviluppato un’indagine sui 6 Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), in cui sono oggi internate circa 1400 persone.
L’indagine ha documentato, svelando ai mass media e alle istituzioni tutte, la realtà inaccettabile di questi istituti: le spaventose condizioni logistiche e organizzative, i trattamenti disumani, le morti frequenti, gli abusi riguardo alla durata dell’internamento. Questa opera, assolutamente meritoria, della Commissione, rischia ora di trovare un esito che non può che destare profonde preoccupazioni.
Due giorni fa, il 25 gennaio, il Senato ha approvato un emendamento, da aggiungere al cosiddetto “Decreto svuota carceri”, in cui si indicano “disposizioni per il definitivo superamento degli Opg”. In sintesi, l’emendamento prevede che a decorrere dal 31 marzo 2013, le misure di sicurezza del ricovero in Opg siano eseguite esclusivamente all’interno di strutture sanitarie i cui requisiti – strutturali, tecnologici e organizzativi – saranno definiti entro il 31 marzo 2012, da un ulteriore Decreto, definito in concerto tra il Ministro della salute, il Ministro della giustizia e la Conferenza permanente stato-regioni. Tali strutture dovranno essere a esclusiva gestione sanitaria, prevedendo un’attività perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna, destinate di norma a soggetti provenienti dal territorio regionale in cui sono ubicate. Il Decreto approvato esplicita tra l’altro, in maniera positivamente, che “le persone che hanno cessato di essere socialmente pericolose, devono essere senza indugio dimesse e prese in carico, sul territorio, dai Dipartimenti di salute mentale.”
Il Decreto prevede un finanziamento di 120 milioni di euro per l’anno 2012, e di 60 milioni di euro per l’anno 2013, per la realizzazione delle strutture residenziali. Prevede inoltre la spesa di 38 milioni di euro per il 2012, e di 55 milioni di euro annui, a decorrere dal 2013, per concorrere alla copertura degli oneri di esercizio delle residenze psichiatriche in oggetto.
Ora, al di là delle dichiarazioni di “definitivo superamento degli Opg”, e “destinazione a strutture puramente sanitarie”, che suonano straordinariamente positive, in realtà:
1) la nuova legislazione non tocca minimamente gli articoli dei Codici – penale e di procedura penale – riferiti ai concetti di pericolosità sociale del folle reo, di inincapacità e di inimputabilità, che determinano il percorso di invio agli Opg, e quindi, d’ora in poi, l’invio alle nuove “residenze psichiatriche”. Residenze psichiatriche non meglio denominate, il cui numero resta affidato all’arbitrio delle Regioni, le cui caratteristiche vengono affidate a un Decreto tutto da elaborare, le cui finalità restano integralmente quelle proprie della gestione di una misura di sicurezza detentiva;
2) è anche troppo facile prevedere la moltiplicazione di queste residenze, ognuna di esse prevista in prima istanza come dotata di 20 posti letto (numero poi scomparso in sede di definitiva approvazione del Decreto in aula). Negli ultimi anni, le deplorevoli condizioni degli Opg, la crisi molto esplicita dei concetti di “inimputabilità” e di “pericolosità sociale” nel dibattito culturale e scientifico, hanno sicuramente contribuito a una notevole cautela da parte di numerosi magistrati nell’invio dei pazienti agli Opg. L’allestimento di “nuove residenze psichiatriche”, che si potranno supporre più appropriate sotto il profilo logistico, e più assistite sotto il profilo sanitario, legittimeranno le varie istanze sanitarie e giudiziarie ad abbassare la soglia di accesso ai nuovi surrogati degli Opg. È facile prevedere un notevole aumento del numero degli internamenti, mentre nulla garantisce che l’abnorme sistema di proroghe delle misure di sicurezza, attualmente utilizzato, venga in qualche modo meno;
3) la condizione in cui versa la gran parte dei Servizi psichiatrici di Diagnosi e cura nel nostro paese, spesso a porte chiuse, con sistemi di videosorveglianza, con l’estesissimo utilizzo di mezzi di contenzione fisica per soggetti che nessun reato hanno commesso, lascia facilmente intravedere quali saranno le reali strutturazioni delle nuove residenze psichiatriche per soggetti che hanno commesso reati, e che sono considerati in sentenza “pericolosi a sé e agli altri”;
4) rinnovare con legge, nel 2012, la legittimità del concetto di “pericolosità sociale” collegato all’infermità mentale (concetto considerato ormai, da giuristi e psichiatri, privo di qualsiasi base scientifica ed empirica), e della nozione di “totale incapacità di intendere e di volere”, pur essa fortemente criticata da più parti negli ultimi decenni, significa assumersi la grave responsabilità di contrasto allo spirito e alla lettera della Legge 180/78, che aveva spazzato via il nesso malattia-pericolosità, e che ha sostenuto con forza la responsabilità e i diritti di ogni cittadino, tra cui sta il diritto di essere giudicato e – se reo – condannato;
5) la proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, riconsegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il nesso cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.
6) si continua a non stabilire garanzia alcuna per l’internato, a differenza del regime carcerario, in cui quantomeno una serie di garanzie per i detenuti – in primis quella della certezza di fine pena – esistono in misura molto articolata. Rifondare nel 2012 misure specifiche per i folli rei, ribadisce un nesso inaccettabile, ripropone uno stigma di carattere generale, rifonda collegato a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri tutte le caratteristiche dei manicomi.
7) si osserva tra l’altro, marginalmente, l’inconsistenza dell’ipotesi di realizzare, nel corso del 2012, la spesa di 120 milioni di euro per la realizzazione di strutture. Neppure con procedure di straordinaria emergenza, tempi di questo genere sono plausibili per il nostro paese, ed è quindi del tutto evidente che si assisterà ad una proliferazione di offerta da parte di strutture private, pronte o rapidamente allertate ai fini previsti dalla Legge (sarà allora meglio destinare quei 120 milioni a più utili fini, a favore dei Dipartimenti di salute mentale). Si osserverà, inoltre, che la mancata modifica dei Codici, laddove prevedono espressamente la misura di sicurezza in Opg, porrà non pochi problemi interpretativi.
In definitiva, il nostro giudizio sull’affrettato dispositivo legislativo resta di grande allarme. Al di là delle certe buone intenzioni del legislatore, la nuova legge configura un attacco formidabile alla Legge 180, e il rischio di una prosecuzione sine die e in dimensioni non prevedibili dell’istituto della misura di sicurezza: istituto non a caso pensato e sancito in piena epoca fascista, e della cui persistenza nei nostri Codici non si sentiva assolutamente il bisogno.
Proponiamo, quindi, come ancor più impellente, una modifica legislativa che aggredendo il nocciolo delle questioni (Art. 88 del Codice penale, e tutta la legislazione collegata), abroghi definitivamente davvero il manicomio giudiziario, abrogando le leggi che ne determinano, sotto qualsiasi nuova veste, la persistenza in vita. Si tratta di smontare i concetti di “pericolosità” e di “inimputabilità”, il doppio binario delle misure di sicurezza, restituiendo al generale ordinamento penale le persone con disturbo mentale. Di fronte alla giustizia non deve più esistere il “folle reo”*, ma solo un reo che, se infermo di mente, incontrerà misure alternative in sede di esecuzione della pena: misure già ampiamente previste dalla legislazione vigente di fronte a diverse infermità, e forse da ulteriormente precisare nella fattispecie dell’infermità mentale.
Resta l’auspicio che, la Camera dei deputati, possa intervenire a modificare il testo del Senato, evitando la riproposizione di strutture deputate al mero scopo di custodire i “folli rei”, valorizzando invece i servizi dei Dipartimenti di salute mentale, che potrebbero e dovrebbero essere potenziati anche al fine di prendere in carico le persone attualmente inviate in Opg.
Dunque proponiamo che, se la Camera dei deputati dovesse invece approvare il testo già passato al Senato, il Ministero della sanità venga almeno impegnato dal Parlamento a erogare immediatamente alle Regioni i finanziamenti, previsti per l’esercizio dell’attività, di 38 milioni per il 2012 e di 55 milioni per il 2013, allo scopo di finanziare progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati (PTRI) a favore degli attuali internati negli Opg. Utilizzando questi budget individualizzati di cura, i Dipartimenti di salute mentale di origine potranno (dovranno) prendere in carico, attraverso le strutture e i servizi già oggi presenti e disponibili, i soggetti da dimettere dagli Opg, stabilendo criteri, vincoli e tempistiche certe, di concerto con le Regioni.
Questi due provvedimenti – uno legislativo, di abrogazione, e uno amministrativo, di allocazione di finalizzate risorse, personalizzate attraverso il budget di cura – costituivano la strada maestra da seguire. Si è invece scelto un pericoloso ibrido che, qualora confermato, richiederà di vigilare a ogni livello per ridurre il numero delle nuove strutture istituite, le loro caratteristiche custodialistiche, l’abuso del loro utilizzo.
Continuiamo a sperare di meglio dal Parlamento.
Trieste, 27 gennaio 2012
* NOTA
Nessuno ha mai immaginato di costituire strutture deputate ai “diabetici rei”, o ai “cardiopatici rei”. L’essenza del problema di cui parliamo, deriva dalla persistenza di un pregiudizio ideologico, totalmente infondato, che collega l’infermità mentale alla probabilità più elevata di commissione di reati, quindi di pericolosità, quindi di rapporti di causa-effetto tra malattia mentale e reato.
Se può essere vero che la malattia mentale può ridurre la capacità di discernere e/o di volere delle persone, quel che rileva è che, dovendo lo Stato giudicare i fatti e non le persone, il numero di reati commessi da persone inferme di mente, è infinitesimo rispetto al numero di reati compiuti in generale, e rispetto all’elevato numero di persone affette da malattia mentale (1% secondo i dati dell’OMS, e quindi circa 600.000 in Italia). Ne deriva il non senso del nesso “folle-reo”, e di tutte le misure che su questo binomio totalmente ideologico si fondano. <-- chiudi
F.Rotelli è Presidente della Conferenza Permanente della Salute Mentale nel Mondo “Franco Basaglia”www.confbasaglia.org
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scadenza: 06 apr 2012
pubblicato: 06 feb 2012
torna all'indice Progetto Arià di Poesia Gli scritti raccolti verranno presentati in un incontro pubblico musicale
in collaborazione con il gruppo musicale “gli scordati” del laboratorio musicale dell'Aps Arià di Trieste.
L'Associazione di familiari A.FA.SO.P di Trieste, in qualità di promotore e l'Associazione di Promozione Sociale ARIA' di Trieste, seleziona rime, poesie, scritti vari di persone che a qualsiasi titolo attraversano o hanno attraversato l'esperienza e le difficoltà del disagio mentale.
Per chiunque fosse interessato al progetto, la sede di Arià riceve in orario seguente:
Lun - Gio - Ven dalle 10.00 alle 12.30.
Tel : 346 7325991 Mariastella
Referenti organizzatori sono:
Grazia Sinossi
Roberto Morsucci
Mauro De Mauro
Mariastella Marchioli
Massimiliano de Walderstein
scadenza: 06 apr 2012
pubblicato: 06 feb 2012
torna all'indice Distretti e delle Microaree: la pratica medica con la voce dei protagonisti - sito Sito messo on line da ENAIP-FVG nell'ambito del progetto voluto da ASS1
L’idea-base del progetto è quella di aprire un laboratorio per sperimentare nuovi metodi di racconto della malattia, al fine di informare, descrivere, rappresentare i contenuti e le metodologie dell’intervento territoriale. Ricostruendo la storia di singoli casi, stabilendo confronti tra il linguaggio delle procedure sanitarie e la complessità delle pratiche, vengono [...]
L’idea-base del progetto è quella di aprire un laboratorio per sperimentare nuovi metodi di racconto della malattia, al fine di informare, descrivere, rappresentare i contenuti e le metodologie dell’intervento territoriale. Ricostruendo la storia di singoli casi, stabilendo confronti tra il linguaggio delle procedure sanitarie e la complessità delle pratiche, vengono evidenziati aspetti specifici che differenziano la “medicina di comunità” da quella ospedaliera. <-- chiudi
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scadenza: 03 apr 2012
pubblicato: 03 feb 2012
torna all'indice I pericoli della riorganizzazione sanitaria nel Friuli venezia Giulia da Il Piccolo - 21 gennaio 2012
La Regione intende riorganizzare la Sanità Regionale attraverso la creazione di una unica Azienda Sanitaria territoriale. Ciò prevede la centralizzazione dei Dipartimenti, quindi un unico Dipartimento di Salute Mentale, delle Dipendenze, della Prevenzione, nonché il dimezzamento dei Distretti Sanitari. Anche i Centri di Salute Mentale rischiano di conseguenza [...]
La Regione intende riorganizzare la Sanità Regionale attraverso la creazione di una unica Azienda Sanitaria territoriale. Ciò prevede la centralizzazione dei Dipartimenti, quindi un unico Dipartimento di Salute Mentale, delle Dipendenze, della Prevenzione, nonché il dimezzamento dei Distretti Sanitari. Anche i Centri di Salute Mentale rischiano di conseguenza di essere ridotti di numero e impoveriti di risorse umane, strutturali, strumentali ed economiche. L’organizzazione che si prefigura rischia di allontanare i servizi dai cittadini e dalla comunità, e di compromettere la risposta singolare alla persona e la promozione di salute e di legami sociali nella collettività.
Come persone e cittadini attenti e interessati alle questioni della salute e della salute mentale, manifestiamo una forte preoccupazione perché crediamo che questo atto rappresenti la realizzazione di una politica sanitaria incentrata su parametri amministrativi ed economici che poco hanno a che vedere con la vita reale delle persone. Il meccanismo “diagnosi-cura-guarigione”, tanto importante nelle pratiche della medicina, assume un significato riduttivo soprattutto quando parliamo di salute mentale. Colui che vive l’esperienza del disagio infatti non può venir trattato solo con farmaci e psicologie, ma curato principalmente nella sua dimensione umana e relazionale, il che significa affrontare i problemi e i bisogni legati alla sua vita quotidiana come la socialità, il lavoro e l’abitare. Ricordiamo che le persone con disturbo mentale ancora oggi sono oggetto di forti pregiudizi e fanno fatica a esprimere i propri desideri e aspettative, e quando vengono private dei loro diritti e di una vita dignitosa con difficoltà riescono a risalire la china, riprendersi e guarire.
Crediamo quindi che le buone pratiche messe in campo nel nostro territorio, che rispondono a queste problematiche, considerati gli ottimi risultati finora conseguiti, non possono essere ignorate dal Presidente e dagli amministratori regionali, dai Direttori Generali delle Aziende, dai Sindaci. Per buone pratiche intendiamo la forte penetrazione nel territorio da parte dei Distretti che con interventi capillari e di tempestiva risposta alla persona hanno contribuito a ridurre sensibilmente i ricoveri ospedalieri. Per buone pratiche intendiamo l’integrazione dei servizi socio sanitari nelle zone densamente popolate e con particolari bisogni attraverso il dispositivo delle Microaree. Per buone pratiche intendiamo la competenza da parte del Dipartimento di Salute Mentale nell’affrontare la specificità delle domande e sostenerle attraverso un’organizzazione articolata e accessibile, veicolando risorse intorno alla persona e alla sua rete relazionale. Per buone pratiche intendiamo un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura senza contenzione e porte chiuse, un Centro di salute Mentale aperto 24 ore dove le persone possono recarsi e chiedere aiuto, che risponde ai bisogni del cittadino con progetti terapeutici personalizzati, protocolli di collaborazione con i servizi del territorio, programmi per la formazione e il lavoro, sostegno all’abitare, programmi formativi e di accompagnamento per i familiari.
Noi temiamo che la riorganizzazione in atto separi gli interventi di natura clinica da quelli di natura sociale, come se le molte patologie, non solo quelle psichiatriche, non fossero determinate anche da quest’ultimo aspetto. Se prescindessimo dal modello culturale e operativo di cui finora abbiamo fatto esperienza, e praticassimo una cultura basata esclusivamente sul mero esercizio di competenze chiuse nella loro specificità, allora porremmo al centro dell’intervento sanitario la malattia e non più la persona.
Un simile orientamento a nostro avviso rappresenta una chiara scelta di campo che stravolge le culture, i principi etici, disciplinari e organizzativi che hanno sostenuto i processi di cambiamento, processi che hanno offerto molteplici possibilità alle persone che vivono l’esperienza del disagio e del disturbo mentale.
Alla luce di queste considerazioni, come cittadini chiediamo venga data risposta alle seguenti domande:
1. Perché il Friuli Venezia Giulia, con una Sanità che funziona e in pareggio di bilancio, dovrebbe porre in atto una riorganizzazione che ha come unico obiettivo il risparmio e rinunciare a un’esperienza positiva ampiamente dimostrata?
2. E’ stata fatta una valutazione complessiva su quanto si risparmia unificando le aziende?
3. Ammesso e non concesso che si riesca a conseguire dei risparmi sensibili, salvaguardando la qualità, come verrebbero reinvestite queste risorse? Sempre nella sanità? Nel sociale?
4. Come si pensa di poter contemporaneamente coniugare l’accentramento decisionale e la vicinanza con i cittadini che rappresenta uno dei fattori qualitativi più rilevanti della nostra sanità regionale?
La preoccupazione di tutti noi è che il modello culturale e le buone pratiche sulle quali si è sviluppata la sanità regionale (e che ha dato eccellenti risultati e riconoscimenti anche a livello di Organizzazione Mondiale della Sanità) vengano messe in discussione. Soprattutto non vogliamo che la sanità pubblica, che nella nostra regione vanta buoni livelli di qualità, venga affiancata da soggetti privati che tanti danni hanno provocato in altre regioni d’Italia. Non ne sentiamo alcun bisogno!
Nel corso degli ultimi due anni, a conferma di quanto detto, osserviamo che le politiche regionali sono state improntate al discredito e alla critica delle storie delle pratiche di deistituzionalizzazione. Il riferimento ossessivo a regolamenti, sicurezze e rigori gerarchici, hanno reso fragile e oscurato un campo motivazionale fatto di persone e sentimenti, protagonismo e alleanze, rischio e partecipazione.
Nella ricca tessitura fin qui messa a punto, e posta negli ultimi tempi a dura prova, le politiche per la formazione e l’inserimento lavorativo sono quelle che appaiono al momento più colpite.
Noi crediamo che il lavoro, o meglio un lavoro dignitoso, debba essere un diritto di tutti e non l’oggetto di una odiosa guerra tra poveri. E non sottolineeremo mai abbastanza il suo valore terapeutico nel campo della salute mentale. Il lavoro utile alla comunità è l’esatto contrario dell’assistenzialismo. E’ dare un senso alla propria vita in un contesto di normalità e tutto ciò costa ben poco. Basterebbe tener conto, negli appalti pubblici, delle cooperative sociali che danno lavoro a una rilevante quota di soggetti svantaggiati. Tra l’altro, questo significa promuove re lo sviluppo sociale ed economico della comunità.
Ricordiamo che in questi ultimi anni gli inserimenti lavorativi nel settore della salute mentale si sono significativamente ridotti. Già non erano sufficienti prima, adesso sono drammaticamente pochi rispetto alle necessità. Nel 2011 sono andati persi 76 posti di lavoro assegnati a persone svantaggiate, di cui 25 legati alla salute mentale.
Abbiamo più volte discusso di questo tema con vari soggetti istituzionali e rappresentanti della amministrazioni locali. Tutti ci hanno dato ragione. Nei fatti, molte cooperative hanno perso appalti rilevanti e continuano a perderne.
Questo documento, in forma di lettera aperta, è il risultato di un’assemblea di utilizzatori dei servizi, familiari, cooperatori e operatori del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste.
Con questa chiediamo ai partiti, ai sindacati, alle associazioni, alle cooperative, ai cittadini di condividere queste nostre preoccupazioni affinché tutti gli amministratori regionali, provinciali e comunali si confrontino su un tema tanto importante come quello della salute dei cittadini.
Trieste, 18 Gennaio 2012
Associazioni: AFASOP, Gruppo di protagonismo “Articolo32”, Arià, Clup Zyp, Franco Basaglia, Luna e l'altra.
Cooperative: Agricola Monte S.Pantaleone, CLU:Lavoratori Uniti “Franco Basaglia”, Confini, Duemilauno Agenzia Sociale,Germano, Interland, Querciambiente, La Collina, L.Ri, Radio Fragola, Lister. <-- chiudi
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scadenza: 01 mar 2012
pubblicato: 31 gen 2012
torna all'indice La Polisportiva Fuoric'entro medaglia d'argento all'8° Torneo nazionale Anpis "sulla neve" La squadra di Giuliana Degan sconfitta per 2 a 1 in finale dal Mestre.
Una fase del torneo di Tarvisio
La Polisportiva Fuoric’entro ha vinto la medaglia d’argento all’8° torneo nazionale Anpis di pallavolo “sulla neve” disputato dal 7 al 13 gennaio a Tarvisio (UD). Nella combattuta finale, la squadra “mista” (composta da tre maschi e tre femmine) ha dovuto cedere per 2 set a 1 ai nuovi campioni d’Italia [...]
La Polisportiva Fuoric’entro ha vinto la medaglia d’argento all’8° torneo nazionale Anpis di pallavolo “sulla neve” disputato dal 7 al 13 gennaio a Tarvisio (UD). Nella combattuta finale, la squadra “mista” (composta da tre maschi e tre femmine) ha dovuto cedere per 2 set a 1 ai nuovi campioni d’Italia del Mestre, squadra formata interamente da maschi ed indubbiamente avvantaggiata nel contesto.
Nella manifestazione organizzata dell’Anpis FVG, hanno partecipato otto squadre: oltre a Trieste e Mestre hanno calcato il parquet anche Udine, Como, Roma, Brindisi, ed una mista Ancona/Verona, oltre a quella “casalinga” del Liceo Bachmann di Tarvisio, composta da un gruppo di simpatici e mai domi ragazzini quindicenni, battuta solamente grazie all’esperienza di tutti gli atleti della Fuoric’entro sorretta da un tifo mai domo.
La Polisportiva Fuoric’entro di Trieste ha partecipato con un gruppo piuttosto numeroso, composto da ben 14 persone che si sono alternate sul campo da gioco durante le numerose giornate di gara. Francesco, Massimo, Bruno, Daniela, Diego, Simone, Andrea, Monica, Roberto, Gianpiero, Franco, Giuliana, Eliana e Paolo si possono così fregiare del titolo di vicecampioni italiani Anpis.
Oltre alla parte agonistica, numerose sono state anche le occasioni per fare i turisti; dalla “ciaspolata” in Val Saisera alla gita sul Monte Lussari con la moderna funivia, alla passeggiata sulla pista ciclabile che porta ai laghi di Fusine, senza dimenticare la giornata che ha visto tutti i ragazzi sperimentarsi sugli sci sulle molteplici piste del Tarvisiano, zona questa forse ancora poco conosciuta, ma molto attraente dal punto di vista ambientale
Il torneo si è comunque concluso con un ottimo e prestigioso secondo posto finale, ritiro della coppa e festeggiamenti durante una bella serata a ritmo di musica, che hanno chiuso nel migliore dei modi questa affascinante e prestigiosa esperienza. <-- chiudi
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scadenza: 29 feb 2012
pubblicato: 30 gen 2012
torna all'indice Il Senato approva la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, fissata al 31 marzo 2013 Ora il testo passa alla Camera per la definitiva conversione in legge.
Disegno di Ugo Guarino
25 gen. 2012 -Il Senato approva con 226 voti favorevoli, 40 contrari e 8 astenuti, il decreto contro il sovraffollamento delle carceri.Ora il testo passa alla Camera per la definitiva conversione in legge.
Tra gli emendamenti approvati c'è la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (175 sì, 66 no e 27 astenuti), [...]
25 gen. 2012 -Il Senato approva con 226 voti favorevoli, 40 contrari e 8 astenuti, il decreto contro il sovraffollamento delle carceri.Ora il testo passa alla Camera per la definitiva conversione in legge.
Tra gli emendamenti approvati c'è la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (175 sì, 66 no e 27 astenuti), fissata al 31 marzo 2013, e il trasferimento dei detenuti alla sanità regionale.
''Nessuno ha mai pensato di mettere in libertà potenziali serial killer'', ha poi sottolineato il ministro della Giustizia Paola Severino, replicando all'allarme, lanciato in Aula dalla Lega, che la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari possa comportare allarme per la sicurezza sociale. Il ministro ha spiegato la ratio della norma che ''capovolge solo l'ordine dei termini'': nelle strutture sanitarie dove gli internati saranno trasferiti ''saranno curati e custoditi, e non il contrario'', con la massima attenzione comunque ''alla tutela della sicurezza''.
Nel testo si stabilisce che in ciascuna Regione deve essere concluso uno specifico accordo con l’amministrazione penitenziaria per individuare una o più strutture sanitarie, fra quelle in possesso dei requisiti minimi per le STRUTTURE RESIDENZIALI PSICHIATRICHE, da destinare alla sostituzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di riferimento. Inoltre, si stabilisce che devono essere definite le rispettive competenze nella gestione delle strutture sostitutive individuando le funzioni del Servizio Sanitario Nazionale e quelle di competenza dell’amministrazione penitenziaria. Vengono anche istituiti presidi di sicurezza e vigilanza situati lungo il perimetro delle strutture, dunque all’esterno dei reparti in cui le strutture si articolano. <-- chiudi
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Commenti pierpaolo. Comunque rimarranno reclusi!
scadenza: 10 feb 2012
pubblicato: 26 gen 2012
torna all'indice La gente di Trieste racconta come visse la rivoluzione di Basaglia Emozionante flusso di ricordi e testimonianze nel documentario presentato dalla filmaker Erika Rossi
da Il Piccolo - 22 gennaio 2012
Del lavoro di Franco Basaglia si è scritto e detto molto ma, nella realizzazione della sua rivoluzione psichiatrica, anche Trieste e i suoi cittadini hanno avuto un ruolo fondamentale. Lo ricorda il documentario “Trieste racconta Basaglia” di Erika Rossi, presentato nella sezione “Zone di cinema” del Trieste Film Festival sabato [...]
Del lavoro di Franco Basaglia si è scritto e detto molto ma, nella realizzazione della sua rivoluzione psichiatrica, anche Trieste e i suoi cittadini hanno avuto un ruolo fondamentale. Lo ricorda il documentario “Trieste racconta Basaglia” di Erika Rossi, presentato nella sezione “Zone di cinema” del Trieste Film Festival sabato in un cinema Ariston tutto esaurito. Il film della filmaker triestina e autrice di programmi per Raitre, che ha scritto la sceneggiatura con Piero Passaniti, è un emozionante flusso di ricostruzioni e ricordi dei protagonisti della riforma, come gli psichiatri Peppe Dell’Acqua o Franco Rotelli, la sociologa Maria Grazia Giannichedda, braccio destro di Basaglia nella comunicazione, Michele Zanetti, il Presidente della Provincia che con coraggio chiamò lo psichiatra come direttore del manicomio locale. Ma ci sono soprattutto le parole della gente comune che, fra il 1971 e il ’78, si è trovata faccia a faccia con la riforma psichiatrica nella sua vita quotidiana. Sono gli infermieri che lavoravano anche dentro il vecchio manicomio («Era un continuo lavoro di chiavi. I diventava mati stando dentro!», dice uno di loro), i baristi della città, i vicini di casa di chi era uscito dall’Opp, gli avventori della bocciofila di San Giovanni, che vedevano arrivare i primi “matti liberi” magari usciti in pigiama. «Il coinvolgimento della comunità nella presa in carico della follia liberata era centrale nel pensiero di Basaglia - dice la regista. - Ho chiesto a persone della mia età, sui 30 o 40 anni, i loro ricordi di bambini dei vari incontri con i folli: a Trieste chiunque ha qualche aneddoto a riguardo». Il documentario riporta queste testimonianze non solo con materiale d’archivio, ma anche con belle ricostruzioni di fiction girate in Super 8. Così, la macrostoria della riforma basagliana s’intreccia indissolubilmente con la città: «Tanti triestini all’inizio non hanno capito e non si sono accorti di aver fatto parte di una rivoluzione. In realtà, la città è stata accogliente». Il documentario, prodotto da Fantastificio e realizzato con il finanziamento del Fondo Regionale per l’Audiovisivo, non sorvola sulle problematicità della riforma: «Ho messo in scena anche l’esplosione della follia in alcuni episodi di sangue, che facevano parte del cambiamento ma sono stati cavalcati dai media. I protagonisti della riforma si sono assunti le loro responsabilità e hanno coinvolto i cittadini con consapevolezza. Il dna di Trieste, poi, ha contribuito a renderla protagonista del cambiamento».
Elisa Grando <-- chiudi
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Commenti pierpaolo. "Trieste racconta Basaglia" di Erika Rossi vince ex-aequo il Premio Zone di Cinema al 23. TriesteFF!
scadenza: 22 feb 2012
pubblicato: 23 gen 2012
torna all'indice Ogni mercoledì dalle 9.00 alle 12.00 il gruppo "Helper" volontari con esperienza, incontra le persone con le "Colazioni salute". Il gruppo "helper"
Tel : 040 372 0442
/ mob. 320 6651585
scadenza: 22 feb 2012
pubblicato: 23 gen 2012
torna all'indice "C’era una volta la città dei matti" - libro e DVD Elena Bucaccio, Katja Colja, Alessandro Sermoneta, Marco Turco
Un film di Marco Turco – dal soggetto alla sceneggiatura
Con interventi di Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini
Edizione e note a cura di Barbara Grubissa
E’ in uscitO per l’editore Alpha Beta Verlag, nella collana 180 archivio critico della salute mentale, il libro con il trattamento, la sceneggiatura e il dvd del film con sottotitoli in inglese. Con interventi degli autori e degli attori con bellissime foto di scena. Insomma tutto su questa straordinaria storia. [...]
E’ in uscitO per l’editore Alpha Beta Verlag, nella collana 180 archivio critico della salute mentale, il libro con il trattamento, la sceneggiatura e il dvd del film con sottotitoli in inglese. Con interventi degli autori e degli attori con bellissime foto di scena. Insomma tutto su questa straordinaria storia.
Il libro su uno dei più grandi successi TV del 2010. Tutti i retroscena, dall’idea alla sua realizzazione: soggetto, trattamento e sceneggiatura e infine, allegato in DVD, il film.
Un’appassionata narrazione delle storie individuali di pazienti, amministratori, operatori, un grande racconto collettivo che vede sulla scena più di cento personaggi. A partire dalla difficile e impensabile apertura delle porte del manicomio di Gorizia e di Trieste, viene narrata l’origine di un cambiamento epocale nel modo stesso di intendere la salute mentale che ancora oggi provoca e fa discutere.
Vengono pubblicati integralmente il Trattamento e la Sceneggiatura, corredati da note che danno informazioni sui principali eventi che hanno portato alla realizzazione della Legge 180, sugli scritti originali di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, sulle circostanze storiche e politiche che hanno fatto da sfondo al processo di deistituzionalizzazione.
Il libro è arricchito dalle note di regia di Marco Turco e dalle originali considerazioni degli sceneggiatori sull’approccio ad un tema difficile e controverso e sulla modalità di scrittura dei testi.
Fabrizio Gifuni racconta come è entrato nel personaggio di Franco Basaglia e come si è avvicinato alla realtà storica che ha portato alla chiusura del manicomio.
Vittoria Puccini racconta come si è calata nel personaggio di Margherita, una giovane rinchiusa prima nel manicomio di Gorizia poi in quello di Trieste, negli anni in cui arriva Basaglia. <-- chiudi
Sceneggiato originale Rai Fiction allegato in 2 DVD
Dicembre 2011, Euro 29 - pp. 400 ca., ill.
ISBN 978-88-7223-168-5
su licenza esclusiva Rai Trade, Radiotelevisione Italiana S.p.A.
Edizioni Alpha Beta Verlag
39012 Merano (BZ), P.zza della Rena, 2
Tel : 0473 210650
- Fax : 0473 211595
e-mail:
books@alphabeta.it
Presentato a Roma alla fiera della piccola editoria il 7 dicembre 2011.
IN EDICOLA
scadenza: 02 mar 2012
pubblicato: 22 gen 2012
torna all'indice 'Sognando' di Don Backy - cantata da Mina -
la più bella canzone sulla follia di tutti i tempi... 1971 - In Italia ci sono ancora i manicomi.
Sognando
Me ne sto lì seduta assente
con un cappello sulla fronte
e cose strane che mi passan per la mente.
Avrei una voglia di gridare
ma non capisco a quale scopo
poi d'improvviso piango un poco
e rido quasi fosse un gioco.
Se sento voci non rispondo
e vivo in uno strano mondo
dove ci son pochi problemi
dove la [...]
Sognando
Me ne sto lì seduta assente
con un cappello sulla fronte
e cose strane che mi passan per la mente.
Avrei una voglia di gridare
ma non capisco a quale scopo
poi d'improvviso piango un poco
e rido quasi fosse un gioco.
Se sento voci non rispondo
e vivo in uno strano mondo
dove ci son pochi problemi
dove la gente non ha schemi.
Non ho futuro né presente
e vivo adesso eternamente
il mio passato è ormai per me distante.
Ma ho tutto quello che mi serve
nemmeno il mare nel suo scrigno
ha quelle cose che io sogno
e non capisco perché piango.
Non so che cosa sia l'amore
e non capisco il batticuore
per me un uomo rappresenta
chi mi accudisce e mi sostenta.
Ma ogni tanto sento che
gli artigli neri della notte
mi fanno fare azioni non esatte.
D'un tratto sento quella voce
e qui comincia la mia croce
vorrei scordare e ricordare
la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto ciò che trovo
ed a finirla poi ci provo
tanto per me non c'è speranza
di uscire mai da questa stanza.
Sopra un lettino cigolante
in questo posto allucinante
io sogno spesso di volare nel cielo.
Non so che male posso fare
se sogno solo di volare
io non capisco i miei guardiani
perché mi legano le mani.
E a tutti i costi voglion che
indossi un camice per me
le braccia indietro forte spingo
e questo punto sempre piango.
Mio Dio che grande confusione
e che magnifica visione
un'ombra chiara mi attraversa la mente.
Le mani forte adesso mordo
e per un attimo ricordo
che un tempo forse non lontano
qualcuno mi diceva t'amo.
In un addio svanì la voce
scese nell'animo la pace
ed è così che da quel dì
io son seduta e ferma qui. <-- chiudi
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scadenza: 22 mar 2012
pubblicato: 22 gen 2012
torna all'indice POLISPORTIVA FUORIC’ENTRO SUGLI SCUDI NEL III° TORNEO DI BASKET “POLISPORTIVA FUORIC’ENTRO”. Due vittorie nelle prime due giornate di gare per gli uomini di coach Gregori.
La squadra degli Spartans Gorizia
Inizia alla grande l’avventura dei padroni di casa della Fuoric’entro nella III° edizione del Torneo di basket “Polisportiva Fuoric’Entro”, manifestazione promossa e sostenuta dall’Assessorato allo Sport del Comune di Trieste.
La formazione di coach Gregori ha battuto sia l’Arum Udine (75 a 31) che gli Spartans Gorizia (73 a [...]
Inizia alla grande l’avventura dei padroni di casa della Fuoric’entro nella III° edizione del Torneo di basket “Polisportiva Fuoric’Entro”, manifestazione promossa e sostenuta dall’Assessorato allo Sport del Comune di Trieste.
La formazione di coach Gregori ha battuto sia l’Arum Udine (75 a 31) che gli Spartans Gorizia (73 a 48), nel corso di una trasferta di un giorno tenutasi a Gorizia all’interno della palestra del Parco Basaglia, messa a disposizione dagli Spartans causa l’assenza di spazi nell’abituale PalaChiarbola dovuta alla chiusura del PalaTrieste. Nelle file dei triestini si sono messi particolarmente in luce Delfini, autore di 27 punti in totale nei due match, Culla (24) e Graziadei (22). Nel corso della stessa giornata di gare anche l’altra squadra triestina del Dai & Vai si è imposta con facilità sia sull’Arum Udine (82 a 43) che sugli Spartans Gorizia (69 a 44), issandosi così al comando del girone C al pari della Polisportiva Fuoric’entro con 4 punti.
Nel girone A successo della Pallacanestro Saba di coach Frizzati sul San Giovanni Boys (64 a 59) con 13 punti siglati da Gombas e Buoso. San Giovanni Boys sconfitti anche dai campioni in carica della Spazzidea per 62 a 58.
Nel girone B una vittoria ed una sconfitta per i Cani Rabbiosi (55 a 44 con il Puma Basket e 38 a 55 con la Crut), mentre i Puma Basket si sono rifatti mettendo kappao i Muja Boys (67 a 64) grazie ai 29 punti di Ianco. Muja Boys che al termine della partita si sono ritirati dal torneo per mancanza di giocatori.
Questi i risultati della prima settimana di gare:
GIRONE A
PALLACANESTRO SABA- SAN GIOVANNI BOYS 64-59 (16-13, 29-32; 46-45)
PALLACANESTRO SABA: Capus F. 7, Gombas 13, Gallo 10, Zinno, Luisa, Buoso 13, Lops, Capus N., Pozzetto 2, Bartulovich 8, Makovitc 11, Pastrovicchio. All.: Frizzati.
SAN GIOVANNI BOYS: Saponaro 8, Trianni 7, Ruzzier 14, Peretti E. 9, Langella 10, Peretti P. 9, Berdini 2. All.: Saponaro.
SPAZZIDEA-SAN GIOVANNI BOYS 62-58 (19-16, 30-27; 37-38, 50-50)
SPAZZIDEA: Roveredo 15, Pavani 21, Fiano 4, Mihajlovic, Rolli 2, Ducic 8, Pelizon Cinzia, Benvenuto 12. All.: Ruggiero.
SAN GIOVANNI BOYS: Trianni, Vecchiet 15, Bonfiglioli 8, Galgaro, Chiarotti 7, Peretti E. 19, Peretti P. 2, Berdini, Langella 7. All.: Tagliente.
CLASSIFICA GIRONE A
PALLACANESTRO SABA 2 SPAZZIDEA 2 VIGILI DEL FUOCO 0
SAN GIOVANNI BOYS 0
GIRONE B
CANI RABBIOSI-CRUT 38-55 (10-23, 21-39; 29-44)
CANI RABBIOSI: Cavo, Troian, Kostoris 6, Colombin 2, Pellizzer, Ferrari 5, Debarbora 2, Zamboni 6, Dado 6, Vilovic, Pecchi2, Starini 9. All.: Zamboni
CRUT: Furlan 2, Cecco, Rauber 3, Brunettin 9, Basile 15, Buttiro, Richter 4, Zullich 6, Bari, Capozza 11. All.: Furlan.
MUJA BOYS-PUMA BASKET 64-67 (16-13, 28-34; 48-43)
MUJA BOYS: Robba 6, Cozzolino 26, Della Santina 2, Valli 10, Bellide 16, Pangher 4, Emili, Gergol. All.: Della Santina.
PUMA BASKET: Bianco 2, Di Meglio, Zoch 11, Melato 7, Bais, Ianco 29, Manosperti 6, Zamparutti 12. All.: Bianco
CANI RABBIOSI- PUMA BASKET 55-44 (17-12, 32-23; 40-35)
CANI RABBIOSI: Cavo, Cocca 6, Colomban 2, Pellizar, Ferrari 2, De Barbora 4, Zamboni 14, Dado 16, Starini 11. All.: Zamboni.
PUMA BASKET: Di Meglio, Melato2, Bais 4, Ianco 11, Manosperti 2, Zamparutti 7, Bianco, De Stefano 10, Torossi 8. All.: Bianco
CLASSIFICA GIRONE B
CRUT 2
CANI RABBIOSI 2
PUMA BASKET 0 CIRCOLO ALLIANZ 0
ARUM UDINE – SPARTANS GORIZIA 71-61 (35-26) (GIRONE C)
ARUM UDINE: Lenarduzzi 12, Pescio, Salata, Miocic 12, Della Mora 6, Beltrame 10, Renda 8, Hernandez 6, Gaudino 8, Picones 9, Perini. All.: Sonego
SPARTANS GORIZIA: Mascoli 9, Marocco 4, Agatini, De Luca, Bossa, Melon 2, Gigante 17, Pighetti, Campanello 2, Del Cuore 25. All.: Campanello.
SPARTANS GORIZIA- DAI & VAI TRIESTE 44-69 (10-19, 25-33; 32-57) (GIRONE C)
SPARTANS GORIZIA: Marocco, Campanello 4, Mascoli 4, De Carli 15, Dal Cuore 4, Zampetti, Pellegrinelli 11, Basile, De Luca, Mizzon 4, Buffolin, Shavez. All.: Campanello.
DAI & VAI TRIESTE: Tagliapietra 14, Michelazzi 14, Meriggioli, Bueloni 2, Polo 10, Cantarutti 4, Kidzik 2, Ruggiero 8, Negrato 5, Galaverna 10. All.: Tagliapietra.
SPARTANS GORIZIA- POLISPORTIVA FUORIC'ENTRO 48-73 (10-12, 26-29; 42-55) (GIRONE C)
SPARTANS GORIZIA: Marocco 2, Campanello, Mascoli 8, De Carli 10, Del Cuore 2, Pellegrinelli 11, Basile, De Luca, Bossa 6, Mizzon 9, Buffolin. All.: Campanello.
POLISPORTIVA FUORIC'ENTRO: Di Mario, Furlan 4, Delfini 17, Skrk 6, Culla 10, Graziadei 12, Rosso 6, Volpi 8, Magro 6. All.: Gregori.
ARUM UDINE- DAI & VAI TRIESTE 43-82 (14-24, 27-40; 35-66) (GIRONE C)
ARUM UDINE: Miocic 2, Renda 4, Sonego 10, Beltrame 8, Semprini 4, Lucchini 3, Klaric 2, Trinca 4, Bassi, Malpiedi A., Mancuso 6, Salata. All.: Sonego.
DAI & VAI: Negrato 6, Tagliapietra 26, Ruggiero 12, Cantarutti 12, Michelazzi 2, Meriggioli 6, Buelomi, Polo 4, Galaverna 14, Kidzik. All.: Tagliapietra.
ARUM UDINE- POLISPORTIVA FUORIC'ENTRO 31-75 (GIRONE C)
ARUM UDINE: Miocic, Renda 8, Sonego 6, Beltrame 12, Semprini 2, Lucchini 5, Klaric, Trinca, Bassi, Malpiedi A., Salata. All.: Sonego.
POLISPORTIVA FUORIC'ENTRO: Di Mario, Furlan 6, Delfini 10, Skrk 10, Culla 14, Graziadei 10, Rosso 4, Volpi 16, Magro 5. All.: Gregori.
CLASSIFICA GIRONE C
DAI & VAI TRIESTE 4 FUORIC’ENTRO TS 4 ARUM UDINE 2
SPARTANS GORIZIA 0
Prossime partite:
MARTEDI 24: Cani rabbiosi - Circolo Allianz c/o Galilei ore 19.30
GIOVEDI 26: Puma basket - Units c/o Chiesa di Via dei Mille ore 21.00
VENERDI 27: Spazzidea - Vigili del Fuoco c/o Rolli B.go S. Sergio ore 21.00 <-- chiudi
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scadenza: 19 feb 2012
pubblicato: 20 gen 2012
torna all'indice Avviata in Turchia la riforma psichiatrica. Con oggi nascono i primi centri di salute mentale territoriali.
Il via a Istanbul, con la visione della fiction “c’era una volta la città dei matti” tradotta e sottotitolata in lingua turca
Se in Italia lo sceneggiato televisivo “C’era una volta la città dei matti” racconta ciò che è, o dovrebbe essere già storia, altrove ne segna l’inizio, o potrebbe farlo. [...]
Il via a Istanbul, con la visione della fiction “c’era una volta la città dei matti” tradotta e sottotitolata in lingua turca
Se in Italia lo sceneggiato televisivo “C’era una volta la città dei matti” racconta ciò che è, o dovrebbe essere già storia, altrove ne segna l’inizio, o potrebbe farlo. Così la pensa il ministro della Salute turco, il dottor Recep Akdag, nel far coincidere l’avvio della rivoluzione psichiatrica in Turchia con la visione della pluripremiata fiction di Marco Turco, tradotta e sottotitolata nella lingua del suo paese grazie a un donatore dell’OMS.
È ciò che è accaduto questa settimana a Istanbul, dove, dando seguito alle determinazioni prese in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale lo scorso ottobre, è stato inaugurato un processo di riforme senza precedenti a favore di quei cittadini della Turchia che fino a ieri erano rinchiusi negli ospedali psichiatrici senza alcuna speranza di trovarvi risposte terapeutiche adeguate e umane. Ora, un piano di azione nazionale sviluppato da un team di esperti del luogo con il consiglio e in consultazione con la sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Ufficio Regionale per la Regione Europa e l’Ufficio Paese in Turchia, cambierà le cose.
L’ambizione è quella di sostituire alle vecchie e disutili strutture manicomiali una rete di servizi di salute mentale territoriali, alla stregua di quelli esistenti da molti anni ormai nel nostro paese, a partire da Trieste. Il cui Dipartimento di Salute Mentale nonché Centro Collaboratore OMS per la Ricerca e la Formazione è stato coinvolto a fini sia consultivi, sia come formatore privilegiato di operatori che possano dotarsi degli strumenti e del sapere necessari a gestire i neonati servizi.
Per questa ragione nei giorni scorsi il governo turco e l’OMS hanno convocato un gruppo di operatori triestini, tra cui il direttore del DSM Peppe Dell’Acqua, ad avviare sul campo in tempo reale i primi Centri di Salute Mentale, facendo tesoro dell’esperienza italiana e in particolare di quel laboratorio di buone pratiche rappresentato da Trieste. Pratiche che nell’agosto del 2011 una delegazione del ministero della Sanità turco tra cui il vice sottosegretario Omer Farukkocac, accompagnata dalla rappresentante dell’OMS Turchia Maria Cristina Profili, ha avuto modo di conoscere da vicino, durante una visita ai servizi del capoluogo giuliano, concordata qualche mese prima durante il meeting internazionale “Beyond the Walls. Il passaggio dall’ospedale ai servizi territoriali”. Incontro che aveva per obiettivo la formulazione di una dichiarazione congiunta sul superamento delle istituzioni psichiatriche e il lancio di progetti di partenariato finalizzati allo sviluppo di servizi efficaci di comunità, così come previsto dal Piano di azione di Helsinki 2005 sulla salute mentale per l’Europa.
«Noi siamo qui oggi perché il manicomio di Trieste non c’è più, perché stiamo desiderando che non ci siano più manicomi in tutto il mondo e perché oggi c’è una grande rete che unisce tutti i Paesi, un network di persone (operatori, individui che hanno vissuto e vivono l’esperienza del disturbo mentale, familiari) che sono protagonisti di questo cambiamento e cercano di costruire politiche di salute e di speranza», aveva ribadito in quella circostanza Dell’Acqua. Politiche che da oggi potranno diventare una realtà anche in Turchia. <-- chiudi
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scadenza: 18 mar 2012
pubblicato: 18 gen 2012
torna all'indice Innaugurato il ‘Caffè Basaglia’ a Buenos Aires
Nel mese di novembre 2011 è stato innaugurato il ‘Caffè Basaglia’ a Buenos Aires. Questo Caffè non è come un qualsiasi caffè della città, è un progetto caratterizzato da una strategia di inclusione socio-lavorativa, basata sull' AVVIAMENTO AL LAVORO COME DIRITTO DELLA PERSONA. È un’Impresa Sociale nata nella città, il [...]
Nel mese di novembre 2011 è stato innaugurato il ‘Caffè Basaglia’ a Buenos Aires. Questo Caffè non è come un qualsiasi caffè della città, è un progetto caratterizzato da una strategia di inclusione socio-lavorativa, basata sull' AVVIAMENTO AL LAVORO COME DIRITTO DELLA PERSONA. È un’Impresa Sociale nata nella città, il cui fine è creare lavoro come maniera di promozione della salute mentale. La partecipazione allo stesso, fornisce la acquisizione di capacità di fornire un servizio di qualità nella Caffetteria e menù salutari nel quartiere dell'Abasto.
Perché ‘Caffè Basaglia’? Non è solo una maniera di ricordarlo, ma vuole diventare punto di riferimento per tutti coloro (persone, associazioni, istituzioni ecc.) che si battono per la riforma della salute mentale in Argentina.
Quindi, da una parte l’economia sociale e solidale come tentativo di essere una risposta associativa alla crisi del lavoro che penalizza i diritti , partendo dalla diversità come filosofia e scommettendo sulla costruzione di reti di scambio.
Dall'altra, dare la possibilità di riunione a tutti coloro vogliano cambiare, con l’ambizione di diventare un vero e proprio Centro di Documentazione per la Riforma.
A partire da un gruppo promotore associato liberamente e di cui fanno parte molti che hanno fatto l’esperienza di tirocinio a Trieste, si sono concretati una serie di appoggi: a partire da parte italiana dall'Arci di Trieste che ha ideato il progetto insieme al DSM di Trieste, alla Provincia di Trieste che lo ha finanziato nell' ambito della Cooperazione allo Sviluppo Decentrata, al CISP ONG che lavora in Argentina. E da parte argentina l’associazione Ecco, l’Ass. Culturale Abasto, l'Ass. Adesam ,la Casona Cultural de Humauaca che ospita il caffè, l’Università di Quilmes, la Direzione Nazionale di salute mentale, il Progetto Isole, la rete di imprese sociali del CAB, la rete FUV (rete di familiari, utenti e volontari). <-- chiudi
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scadenza: 15 mar 2012
pubblicato: 15 gen 2012
torna all'indice La Metafora della Follia - lavoro multimediale del Liceo statale "T.Fiore" di Terlizzi (BA) in visita a Trieste Progetto di alternanza - scuola lavoro
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scadenza: 13 giu 2012
pubblicato: 16 dic 2011
torna all'indice Raccogliamo le vostre poesie. Le più belle saranno pubblicate in un libro! Potete portarcele o inviarle via e-mail
Potete mandarci un vostro disegno, o una vostra fotografia come completamento della vostra poesia
L'associazione di famigliari Afasop è promotore di un progetto finalizzato alla visibilità dei sentimenti e delle emozioni delle persone.
Arià, associazione di promozione sociale, avrà cura di pubblicare una raccolta delle vostre poesie più belle.
A tale scopo, a febbraio 2012 sarà realizzata una festa-evento in cui potrete leggere le poesie [...]
L'associazione di famigliari Afasop è promotore di un progetto finalizzato alla visibilità dei sentimenti e delle emozioni delle persone.
Arià, associazione di promozione sociale, avrà cura di pubblicare una raccolta delle vostre poesie più belle.
A tale scopo, a febbraio 2012 sarà realizzata una festa-evento in cui potrete leggere le poesie che nel frattempo ci avrete recapitato. <-- chiudi
aperto a tutti
partecipate in tanti
scadenza: 12 feb 2012
pubblicato: 14 dic 2011
torna all'indice "Tour Scordàti" - calendario dei concerti
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scadenza: 17 feb 2012
pubblicato: 14 dic 2011
torna all'indice Poesia di Angelo Farina
La sacralità di ogni promessa,
annulla gli impulsi
e muore il Caso mutevole com'è dello Stato
ambiguo a dichiararsi a tanti contrari che
l'annullano e lo legano.
Sono io che lo trasformo raccogliendolo,
scateno l'inferno
quando lo ripeto
nel riflesso degli specchi
quando l'uno guarda l'altro,
dove io non dimostro [...]
La sacralità di ogni promessa,
annulla gli impulsi
e muore il Caso mutevole com'è dello Stato
ambiguo a dichiararsi a tanti contrari che
l'annullano e lo legano.
Sono io che lo trasformo raccogliendolo,
scateno l'inferno
quando lo ripeto
nel riflesso degli specchi
quando l'uno guarda l'altro,
dove io non dimostro nient'altro che solo se stesso e
Nulla. <-- chiudi
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scadenza: 06 giu 2012
pubblicato: 09 dic 2011
torna all'indice LAVORO IN CORSO n.1 - Giornale sull'inserimento lavorativo e sociale del DSM - Intervista a Ota de Leonardis e Franco Rotelli nel Parco delle rose, maggio 2011
Gabriella: Ci piacerebbe aprire alcune questioni con voi partendo da considerazioni che possono apparire distanti, che forse non cercano risposte immediate ma piuttosto spunti di riflessione capaci di aiutare tutti noi a familiarizzare con temi che nella pratica del nostro lavoro frequentiamo troppo poco. Siamo dentro a una crisi, politica [...]
Gabriella: Ci piacerebbe aprire alcune questioni con voi partendo da considerazioni che possono apparire distanti, che forse non cercano risposte immediate ma piuttosto spunti di riflessione capaci di aiutare tutti noi a familiarizzare con temi che nella pratica del nostro lavoro frequentiamo troppo poco. Siamo dentro a una crisi, politica ed economica; siamo in trincea per affermare diritti posti continuamente in discussione, spesso violati; viviamo contemporaneamente due aspetti posti in tensione tra loro, la pietà e la ferocia, che contraddistinguono questi nostri tempi. Forse sono le due facce della stessa medaglia, forse configgono solo in apparenza. Ci chiediamo come può l'individuo che vive socialmente assumersi le proprie responsabilità, esercitare la propria libertà di pensiero all’interno di queste contraddizioni così difficili da sciogliere.
Ota de Leonardis: Io ho imparato dall'esperienza di Trieste che la libertà è un prodotto, non un punto di partenza. La libertà nasce dalla pratica, dal fare. I muri si rompono quando vengono smontati fisicamente, ed è a partire da questo smontaggio che da essi ci si libera, altrimenti restano dentro la nostra testa. Qual è la condizione affinché le persone possano vivere diversamente l’esperienza, affinché si riconoscano nel fare cose diverse? E’ una questione di cambiamento anche molto pratico, concreto e puntuale della propria esistenza. L’esercizio della libertà viene di conseguenza, la libertà non è quel qualcosa su cui ci dobbiamo interrogare prima di agire. E’ nel fare le cose che si esprime la libertà. Però non nel fare cose qualunque, ma quelle che liberano dalle oppressioni, dai condizionamenti, dall’impotenza. Ecco, quello che mi sembrava venisse fuori dal nostro incontro a Milano, uno dei nodi centrali, è che c’è un sacco di gente che fa tantissime cose ma tutto questo fare non incide sui problemi che affliggono l’oggi, e la mia impressione è che questo sia un problema politico. Viviamo, secondo me, una condizione di frammentazione, di frammentazione di persone, di gruppi … tu vedi questa polarizzazione tra bene e male…
Gabriella: Solo apparente però, io parlo di complementarietà, quindi di una condizione asfittica, senza apparenti soluzioni. E’ il nostro linguaggio che mostra la lacerazione come effetto di una polarità inconciliabile. I nostri politici ragionano in questo modo, la divisione tra chi dà le risorse e chi le riceve induce a pensare in questo modo. Credere all’empasse di questa dicotomia penso sia il vero problema, e non offre vie di scampo.
Franco Rotelli: La questione che si pone è quella di schierarsi relativamente alla dimensione dell’Io o a quella del Noi. Esistono visioni e progetti del mondo che sono radicalmente diversi e sono tra loro inconciliabili. La dimensione sempre più preponderante dell’Io è tale da indurci a pensare che il Noi non esista più, e che ognuno debba badare esclusivamente al proprio Io. La questione è che noi abbiamo sempre pensato che progettare un qualcosa senza la presenza degli altri due termini che stanno assieme alla parola Libertà, ovvero Uguaglianza e Fraternità, fosse un lavoro che non significa niente. La maggior parte dei politici di oggi pensa che la libertà abbia un significato chiuso e risolto in sé stesso. Mentre la libertà, separata da un ragionamento che includa fraternità e uguaglianza, dal mio punto di vista, puoi anche buttarla via. Non credo possa esserci una definizione di libertà svincolata dal Noi, ovvero libertà per, libertà da, libertà che appartenga a tutti. Ciò detto, città feroce e città che cura … insomma, la città feroce è la città dell’Io, la città che cura è la città del Noi.
Claudia: Proviamo a entrare e capire un po’ meglio cos’è questo Noi.
Franco Rotelli: Il Noi può contenere un mucchio di mistificazioni, di imbrogli, di manipolazioni, e dunque l’esercizio critico sul Noi va esercitato sempre e comunque. Ad esempio io mi considero un individuo relazionato, mi interessa la relazione con gli altri, non so cosa voglia dire Io. So cosa vuol dire stare e fare le cose assieme alla gente, divertirmi nel pensare come porzione del fare … e questa è una posizione. Questo ragionamento, applicato nell’ambito del nostro lavoro, che possiamo chiamare lavoro per la psichiatria, per la salute mentale, per la sanità in generale, di politica pubblica, o ruolo del pubblico nel lenire la sofferenza della città intesa come tale, gira tutto attorno al tema dei muri, e ha una importanza decisiva rispetto alla dimensione del Noi. Perché vogliamo abbattere, perché abbiamo abbattuto i muri? Perché l’Io diventasse Noi. Abbattere i muri affinché ci sia condivisione, partecipazione, fare insieme, co-progettare. Tutte cose che i muri impediscono di fare perché mettono l’individuo nella condizione di far finta di condividere. Ci sono continuamente dei muri da buttar giù se vogliamo rubare un po’ di esistenza che attiene al Noi. Questo Noi è naturalmente il perno della questione. In passato riconoscere e abbattere il muro è stato più facile, ti schiantavano dentro a un manicomio, in mezzo a un popolo che stava chiuso in un luogo, e dovevi trattare con una massa di persone che non era un Noi. Ricostruire un Noi dentro a quel tessuto è stato un esercizio dovuto, appassionante, interessante. Oggi ci sono altri muri, il tema è lo stesso quand’anche più difficile da affrontare perché è meno evidente la contraddizione, il capire cosa fare.
Ota de Leonardis: I muri oggi sono più subdoli.
Franco Rotelli: Sono convinto che ha senso cercare il divertimento solo in una dimensione collettiva, e fare delle cose che vadano incontro ai tre principi di cui abbiamo parlato prima, libertà, uguaglianza, fraternità. Stranamente queste parole non le usa più nessuno tutte e tre assieme, non lo fa sinistra, non lo fanno i partiti. I preti spesso parlano di solidarietà e magari la intendono come fratellanza, non sono particolarmente preoccupati della libertà e assai poco dell’uguaglianza. Altri si preoccupano della libertà ma se ne fregano dell’uguaglianza, altri ancora si sono occupati in passato dell’uguaglianza e un po’ della fraternità pensando che la parola libertà fosse incompatibile con tutto questo. Il socialismo reale ci ha insegnato che si poteva tentare di considerarci uguali, fratelli, a prezzo di buttare via la libertà. La libertà, che avrebbe dovuto informare le politiche, i progetti del mondo, il mondo che si progetta, e il pensiero di tutti che si costruisce nelle infinite difficoltà non vengono neanche più tematizzati, non sono un orizzonte che informa. E’ necessario ristabilire la differenza non tra buoni e cattivi, ma piuttosto qual è il tuo progetto del mondo e qual è il rapporto che vuoi intrattenere con gli altri. Si può, penso, sperare di aver ragione noi, oppure che vi sia un’evoluzione di questo nostro modo di pensare le cose capace di incorporare elementi che non siamo stati ancora in grado di incorporare noi, rendendo meno efficace la nostra azione e meno incisivo il nostro ragionamento. C’è da imparare che questa dimensione del Noi attiene alle risorse inesplorate e inesplose che ci circondano, è uno sguardo capace di vedere le risorse e poi a chiamarle in causa, invocarle, convocarle. Su queste questioni è necessario anche metter fuori il coraggio del corpo a corpo. Se non si rischia col proprio corpo difficilmente i muri si sgretolano. Quindi c’è da mettere in gioco qualcosa che si fa fatica a rischiare, che tutti sconsigliano perché in qualche modo ti sembra di rischiare del tuo.
Gabriella: Spiega un po’ meglio questa cosa del corpo a corpo …
Franco Rotelli: Ecco, c’è tutta questa questione sulle regole che andrebbe in qualche modo rivisitata, penso che su quel campo si giochi un contraddittorio che va articolato di continuo. Ci sono dei ragionamenti troppo superficiali, troppo massimalisti sulle regole. Le regole esistono, ed esse vanno difese, attaccate, superate. Ma soprattutto è importante che l’interpretazione personale delle regole continui a sussistere e ad avere il suo spazio di intervento. Le regole sono un contratto sociale stipulato tra cittadini che attraverso di esse si tutelano. Poi, ognuna di queste regole può sia prestarsi a forme critiche di interpretazione personale, sia diventare semplicemente motivo di alienazione o di deprivazione da qualsiasi significato dello stare al mondo. Intanto si comincia col dire che tutto ciò che non è vietato da una legge va ricercato e promosso. Poi bisogna capire che comunque ciò che è vietato dalla legge o dal regolamento spesso consente margini di interpretazione all’interno dei quali veramente si gioca l’intelligenza e la professionalità del tecnico. A partire da regole date, la vera innovazione è formare brecce che consentano di progettare nuovi interventi. L’innovazione non è niente altro che questo, aprire delle brecce nel muro e rendere possibili dei comportamenti, delle relazioni, delle modalità di rapporto che non sono di per sé vietati ma che si esprimono su un terreno rischioso, sempre al limite. Per il fatto stesso che non sono vietate, esse vanno perseguite e ricercate. In questo ambito si gioca quello spazio di recupero della soggettività di cui c’è assolutamente bisogno per poter fare innovazione. Innovazione è produrre, regolarizzare, modellizzare quei comportamenti che sono il frutto di una liberazione di energie. Perché questo accada bisogna però che la gente ci spenda del proprio, che rischi una propria interpretazione, una propria sovraesposizione e di questo faccia un progetto, il proprio progetto. Quello è il campo di gioco.
Ota de Leonardis: Qui entriamo ancora una volta nella faccenda del Noi. Non più a livello della scelta di fondo in termini di progetto del mondo, ma su un piano più concreto. La questione è come si combina questa esposizione di sé, di apertura alle possibilità di espressione della soggettività, questo correre dei rischi, con il Noi. La questione è come si può esprimere la soggettività considerando che spesso la soggettività viene contrapposta alla socialità, al collettivo. Questo corpo a corpo che fa leva sulle regole mi pare sia allo stesso tempo costruzione del Noi e liberazione della soggettività. Quello che mi sembra corrisponda un po’ a tutta l’esperienza di questo luogo è proprio la scommessa di legare queste due cose che sono solo a un primo livello contraddittorie, il Noi e l’Io, il collettivo e l’individuale. Lo sforzo, proprio sul piano concreto, è quello di spendersi in situazioni di rischio, in quella professionalità o in quell’impegno intelligente sulle cose che riguardano il singolo ma che si esprimono solo se c’è il supporto dell’insieme.
Claudia: Come fare per mettere assieme queste energie, creare un campo, soprattutto all’interno di un servizio pubblico, che sappia stare, produrre, giocarsi questa tensione tra i due poli?
Franco Rotelli: Per esempio, è difficile per un operatore che lavora nel privato, e non ha una struttura pubblica alle spalle, andare aldilà della emblematicità positiva o negativa del proprio gesto. Un operatore privato che va a casa di una persona tentando di rendersi utile, sconta una dimensione che comincia e finisce lì. Voglio dire, o c’è una progressiva costruzione e inserimento del singolo atto in un progetto più o meno probabile, vincente o perdente, ma con un suo respiro e con sue connotazioni, oppure la cosa si perde. E’ importante elaborare assieme agli altri delle strategie che possano essere utili a non rendere episodico l’intervento - anche se spesso non si persegue alcuna strategia perché ci si immagina che tutto sia fuori dalla nostra portata. Questa rinuncia la trovo estremamente pericolosa perché abbiamo di fronte a noi un muro asettico che non chiede, non chiama, non grida la necessità di un cambiamento delle cose. Ad esempio il lavoro di Don Vatta, che tutti conosciamo. Va bene, per carità, ce ne fossero di persone come lui … però nella sua azione mai qualcosa che vada la di là del lenire le ferite, al di là del vogliamoci bene. Ma se questa azione di benevolenza non si configura rispetto al mondo in una indicazione martellante dei guai, delle responsabilità, delle distorsioni, del malfunzionamento, se non c’è la denuncia di una serie di poteri, di situazioni, se non c’è una richiesta di cambiamento, allora questo Noi è un Noi che non significa niente, che non si gioca sulla dimensione della trasformazione, che non diventa prassi, che non si costruisce attraverso la voglia di cambiare. Io penso a un Noi che si costruisce nella trasformazione, nel piacere comune della trasformazione, nell’incontro che avviene tra persone che si rendono conto che ci stanno mettendo le proprie energie, che stanno cooperando a un’impresa. Cooperazione affinché qualcosa di nuovo accada, qualcosa di nuovo si metta in scena, qualcosa che trasformi e si produca.
Gabriella: Questo modo di vedere le cose mi sembra decisamente minoritario, la responsabilità della costruzione del Noi attraverso il rischio individuale non mi sembra prassi comune nel servizio pubblico.
Franco Rotelli: Non c’è dubbio che siamo minoritari. Chi ragiona come cerchiamo di ragionare noi è certamente in minoranza. Questo però non mi toglie l’ottimismo del futuro. Siccome la cultura di oggi è una cultura che non porta tanto lontano, e dovrà fare i conti alla fine con dei devastanti risultati, trovo molto ragionevole il nostro modo di pensare. Ne ho la controprova ogni giorno. Però dobbiamo diventare molto più bravi a saper definire tutto questo, a sviluppare comportamenti coerenti sia in termini di consapevolezza che di pratica. Dobbiamo fare un lavoro di approfondimento attorno a queste questioni affinché possiamo costruire comportamenti aperti a una relazione con quello che abbiamo definito più volte il giacimento minerario che è il territorio. Il giacimento culturale del territorio è la comunità, un giacimento parzialmente esplorato e parzialmente attraversato e da noi utilizzato. Al contrario continuiamo ad assumerci acriticamente troppa delega, e non siamo ancora stati capaci di giocarcela. Giocarsi la delega non significa dismetterla, ma piuttosto coinvolgere molte altre figure, riconoscere e tirare fuori le risorse per poi metterle in gioco. Bisognerebbe ragionare di più, tematizzare di più, essere più bravi, partire sempre da questo rapporto di forza, di piegatura, di attraversamento necessario delle regole. Perché è in questo rapporto di forza che trovi le energie, non le trovi da altre parti. Le trovi nel momento in cui ti inventi un modo di eludere e di elidere le regole. Questa “irregolarità” non ha lo scopo di rovesciare in modo adialettico le regole, ma deve giocare con esse. E’ in questa irregolarità dei comportamenti, in questa irregolarità del progetto che trovi il sale della terra, e trovi anche la rispondenza, l’efficacia dell’intervento.
Gabriella: Volevamo parlare anche di altri due termini che stanno in tensione tra loro, qualità e quantità. Crediamo che spesso si lavori sulla dimensione della quantità, che certamente non paga e non appaga. Ragionare in termini di qualità invece apre l’ingresso ad altre figure che possono modificare positivamente gli interventi di salute.
Ota de Leonardis: Questo era ciò che diceva anche Franco. Suscitare e convocare sistematicamente risorse fin qui ignorate. Anche ragionare in termini di quantità è una regola, implicita ma molto radicata. Oggi va per la maggiore, e non solo nella testa dei singoli ma anche nelle forme di governo.
Gabriella: Perché la quantità crea dipendenza, per questo si governa con questo registro.
Ota de Leonardis: Assolutamente. E’ la fase del dominio dell’economia. Allora, passiamo per la qualità dicevi, certo. Ma la questione è rinominare le risorse. Per tentare di valorizzare questo passaggio attraverso la qualità bisogna rinominare le risorse. Per scardinare le regole della quantità bisogna dare lo status di risorsa ad altro che finora non è stato riconosciuto come tale.
Franco Rotelli: Viviamo in una città di 200.000 abitanti, e ci sono circa 10.000 persone che lavorano direttamente nella sanità. Ve ne sono poi altre 10.000 che vi lavorano in maniera indiretta. Poi ci sono i malati, che anch’essi lavorano nella sanità, nel senso che lavorano sul proprio corpo, si danno da fare attorno ai propri malanni. Quindi c’è una quantità di risorse immensa che si muove attorno a questa cosa. Il tema è: tutte queste risorse sono usate, canalizzate, valorizzate in modo sensato, sono gestite in modo ragionevole? La mia risposta ovviamente è no. E questo no si basa sulle tantissime cose da fare, sulle progettualità infinite da mettere in piedi a loro volta pregne di ricadute positive, di risvolti, ci sono tanti pezzi di strada da implementare. C’è in atto
una rivoluzione nel modo di fare sanità, assistenza, welfare, che va conosciuta e affrontata. Volendo mettere in fila le risorse formali dedicate al welfare, o semplicemente a quella parte di welfare che attiene alla cura diretta delle persone, ci ritroviamo davanti una fila che non finisce più. Poi guardiamo il risultato, e vediamo che esso è assolutamente inadeguato rispetto alle risorse formali utilizzate, che poi si sommano alla quantità enorme di quelle informali. Ma se il lavoro dei primi 10.000 includesse anche la valorizzazione delle risorse informali, ecco che tutte le risorse messe in campo sarebbero in grado di esprimere quantità e qualità. Si tratta di un lavoro di innovazione delle politiche pubbliche che va ancora giocato. Qualche pezzo è stato fatto, ne abbiamo avuto consapevolezza e soddisfazione, ma tanti altri pezzi sono da costruire. Ma nella nostra città c’è la consapevolezza del vantaggio che un profondo cambiamento delle politiche sociali comporta? No, c’è al massimo un certo interesse verso una buona gestione, una salvaguardia delle buone pratiche che vengono rafforzate, ma non c’è affatto una vera intenzione di trasformazione, neanche lontanamente.
Gabriella: Ma tu vedi la possibilità di un progetto forte, comunitario, che possa costituirsi al di là dell’istituzione, dell’ente pubblico, che sembra non voler cogliere questo bisogno di trasformazione di cui stiamo parlando?
Franco Rotelli: Certamente, la possibilità di accogliere la trasformazione non sta solo dentro al pubblico, ma eviterei di pensare che sta solo dentro al privato.
Ota de Leonardis: E’ ancora un problema che riguarda i poteri e le regole, perché le regole sono strettamente correlate alle risorse. La questione è anche di come utilizzare le regole ridefinendole come risorse, e lì c’è una potenzialità che il privato, dall’esterno, non può maneggiare. Anzi, evita accuratamente di far giocare le regole come potenzialità di risorse.
Franco Rotelli: Temo che il privato non possa mai essere neutrale, mentre il pubblico penso possa anche esserlo. Il privato o è specifico portatore di specifici interessi, anche legittimi, oppure è il privato non profit, che si fa portatore di qualche interesse generale legato comunque a un interesse specifico. Siamo sempre dentro a dei punti di vista. Penso invece che una politica pubblica debba configurare soprattutto la costruzione reale dei diritti, cosa che il privato non ha la forza di fare. Il privato può lavorare perché i diritti vengano rispettati, ma non può istituire uno stato di diritto. L’istituzione deve star lì a rispondere sui livelli essenziali di diritto di tipo formativo, assistenziale, sanitario, e mantenere queste trincee, di pari passo con altre che si giocano su un piano globale. Ciò detto, il grande processo trasformativo delle politiche sociali e delle politiche socio sanitarie in particolare, dovrebbe essere il frutto di una grande alleanza tra enti, istituzioni e cittadini, di un grande contratto di modificazione, di riprogettazione arricchito, reso possibile da un maggiore coinvolgimento e protagonismo dei cittadini, dei privati, del mondo reale. Il processo trasformativo passa attraverso una restituzione notevole di deleghe da parte di enti e istituzioni al cittadino, singolo o associato, che lo vede coinvolto in prima persona dentro a questo progetto. Il nuovo patto con i cittadini siamo riusciti di fatto, negli anni scorsi, a stabilirlo rispetto al rapporto tra ospedale e territorio lavorando sulla riduzione dei ricoveri. Abbiamo innervato un patto con i cittadini incrementando il lavoro sul territorio, riconoscendo e potenziando le risorse presenti sul territorio. Nel 2010 sono state ricoverate all’ospedale di Trieste 20.000 persone in meno rispetto al 2000. Ciò è potuto accadere perché si è costruito un patto che faceva la differenza. E’ indispensabile oggi stabilire un patto nuovo sugli anziani, sui ragazzini, e ancora sull’ospedale. Io penso che i 900 posti letto presenti in ospedale potrebbero essere anche dimezzati. Però questo implica uno sforzo colossale, implica un investimento forte sulla comunità e sull’implementazione dei servizi . Ci sono sacche di povertà e di miseria che potrebbero essere riconfigurate se stessero in un patto diverso, patto inteso non tanto in termini di ridistribuzione di reddito, ma di distribuzione delle risorse. Parliamo di case, trasporti, scuole, badanti, assistenza, fruizione di servizi gratuiti che comporterebbero di fatto un innalzamento del reddito. Se uno potesse non pagare l’autobus, la casa, la corrente elettrica, i libri di scuola, è come se si riappropriasse di un reddito che gli è stato tolto. C’è una possibilità di intervenire in modo radicale su queste situazioni, e va fatto stringendo un nuovo patto con la città. E così per tante altre cose, sempre interpretando e forzando la regola per dare significato agli atti che fai. Il lavoro è tutta un’invenzione.
Claudia: Volevamo raccontarvi, per stare un po’ dentro a questo tema dell’Io e del Noi, di un’iniziativa che abbiamo intenzione di portare a buon fine. Tutto è nato da un corso per pulitori organizzato dalla Clu qualche anno fa. Alla fine del corso, che era andato bene, la Clu, con gli allievi, ha offerto alla città di pulire il sottopassaggio della stazione, da sempre poco praticato e assai trascurato. La proposta della Clu ci era sembrata geniale, perfetta, in quanto evidenziava un bisogno della città e a questa restituiva, con quel gesto, un bene che le era stato in qualche modo sottratto. E la proposta proveniva dai partecipanti di un corso di formazione che giungevano dalla salute mentale. Abbiamo sviluppato tra di noi questo ragionamento che poi abbiamo proiettato sul problema del rigassificatore, l’anno scorso, di cui tanti cittadini sapevano poco o niente. Anche questo, secondo noi, era un bisogno di conoscenza, di approfondimento non specificatamente politico che i cittadini manifestavano e che necessitava di essere soddisfatto. E allora perché non farci carico noi di rispondere a questo bisogno, come gruppo di persone provenienti dai vari servizi della salute mentale, magari assieme ad altre associazioni di cittadini e agli studenti? Avevamo tentato di portare questa idea a qualche tavolo, ma non era stata capita. Il senso di tutto questo sta nel fatto che un gruppo di persone, in modi diversi legate alla salute mentale, assieme ad altri cittadini identifichi un bisogno della città e provi a soddisfarlo, ponendosi nella dimensione del dare invece che del ricevere, di aprirsi a una esperienza comunitaria piuttosto che isolarsi in una dimensione di bisogno soggettivo. Pensiamo che questo modo di relazionarsi con la città possa diventare anche una implicita campagna anti stigma, un momento di protagonismo delle persone, visto anche in un’ottica di fratellanza: facciamo insieme questa cosa perché serve a tutti. Abbiamo intenzione di pulire e dipingere il sottopassaggio di Barcola, visto che l’estate induce ad usarlo più spesso, e di coinvolgere il quartiere nell’evento. La volta scorsa il Comune non ha dato il permesso alla Clu di intervenire nel sottopassaggio della stazione, ma questa volta, con il nuovo sindaco, forzando un po’ le regole, andando proprio a dirgli di cosa ha bisogno questa città, magari proprio noi, della salute mentale, assieme ad altri possiamo farcela. Ci sembrava una idea ricca di tante connessioni, da campagna informativa ad azione concreta. Vista così non è più una prestazione, pitturare assieme il sottopassaggio di Barcola non sta più nel registro della quantità. Si deve capire bene cosa e come fare, coinvolgere più soggetti possibile, spenderla bene. Questa idea della Clu è vincente perché ribalta certi modi fissi di vedere le cose. Ho ricevuto e adesso do, da cittadino, assieme ad altri cittadini. Questa idea di collettività e di fratellanza bisogna produrla, promuoverla, forse noi abbiamo il dovere di sviluppare anche questo.
Gabriella: C’è un rovesciamento tra chi chiede e chi riceve, si attua uno scambio, un movimento che sblocca la fissità dei ruoli e delle dipendenze. Uscire dalla dimensione della quantità dove non c’è esperienza comunitaria ma accentramento dei poteri. Questo gesto moltiplica le forze invece di consumarle.
Ota de Leonardis: Torna di nuovo fuori la dimensione del progetto. Mettendo insieme, si ottiene la valorizzazione dell’Io e al tempo stesso la costituzione del Noi, il riconoscersi nel Noi. Promuovere le cose, operando la forzatura, è la chiave per rompere la chiusura dell’Io.
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LAVORO IN CORSO
Ideato e curato dagli operatori che nel DSM si occupano di inclusione lavorativa e sociale: Alessandro Norbedo, Alessia Lusina, Claudia Battiston, Claudia Chiarandà, Gabriella Gabrieli, Maurizio Rossi, Roberto Colapietro, Raffaella Strain e Tina Calamita. <-- chiudi
LAVORO IN CORSO non è solo un foglio.
È un tavolo di lavoro che chiede ai cittadini, ai professionisti, agli amministratori della cosa pubblica
di sintonizzarsi per dare vita a un progetto condiviso.
scadenza: 30 nov 2012
pubblicato: 01 dic 2011
torna all'indice LAVORO IN CORSO n.2 - Giornale sull'inserimento lavorativo e sociale del DSM - Editoriale PAROLE (IN)CROCIATE
Progetto grafico: Marco Barbariol , Marco Svara
Abbiamo cambiato il formato del foglio. Vogliamo ringraziare Antonio Villas e Marco Svara che hanno tassato le loro intelligenze regalando a LAVORO IN CORSO rispettivamente la prima e la seconda elaborazione grafica, due ottimi progetti giunti in fasi e funzioni diverse.
E noi continuiamo il nostro lavoro di operatori pubblici della [...]
Abbiamo cambiato il formato del foglio. Vogliamo ringraziare Antonio Villas e Marco Svara che hanno tassato le loro intelligenze regalando a LAVORO IN CORSO rispettivamente la prima e la seconda elaborazione grafica, due ottimi progetti giunti in fasi e funzioni diverse.
E noi continuiamo il nostro lavoro di operatori pubblici della salute mentale, per affrontare con i cittadini che si rivolgono ai nostri servizi i problemi relativi all’inserimento lavorativo, e per invitare il maggior numero di persone a riflettere intorno a una condizione di fragilità che interessa un numero sempre maggiore di persone non riconducibili all’ambito della salute mentale.
Con questo dibattito ci proponiamo di attivare le connessioni tra soggetti che normalmente non interagiscono, di mettere a fuoco diversi punti di vista in modo da offrire il maggior numero di risposte al tema sempre vivo e mai sufficientemente trattato dell’ inclusione sociale.
Su questo foglio stavolta ci sono solo interviste a figure pubbliche e private che, a diverso titolo, sono coinvolte nei percorsi di inserimento lavorativo delle fasce deboli della nostra collettività.
Ospitiamo le riflessioni del primo cittadino che rappresenta la massima figura di garanzia per la salute di una comunità. Nell’intervista Roberto Cosolini, a partire dai bisogni dei suoi concittadini, prospetta percorsi virtuosi in cui la risposta ai diritti viene dispiegata in prospettive di coesione sociale. Due presidenti di cooperative sociali, Giancarlo Carena per la Monte San Pantaleone e Fabio Inzerillo per La Collina ci raccontano di un mercato inquinato da storture impunite e da enti pubblici da tempo disattenti alla sopravvivenza delle cooperative sociali e alla cultura di inclusione che esse scambiano con il territorio. Ci trasmettono però anche la loro curiosità verso progetti promossi dall’ente pubblico che forse possono diventare strumenti utili per continuare la scommessa di fare impresa sociale. Quindi il Direttore del Dipartimento dei Servizi Condivisi, Claudio Giuricin. Su mandato della giunta della Regione FVG, Giuricin ha attivato una procedura per gli appalti che pone attenzione all’inserimento lavorativo delle fasce deboli, ma che si rivela povera di normative adeguate affinché l’inclusione possa essere praticata dalle cooperative sociali.
Abbiamo ricevuto tante risposte che a loro volta hanno aperto numerosi interrogativi. Non tutti possono trovare risposta su questo foglio, anche perché alla maggior parte di essi occorre rispondere con buone pratiche, confronti collettivi e nuove elaborazioni.
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LAVORO IN CORSO
Ideato e curato dagli operatori che nel DSM si occupano di inclusione lavorativa e sociale: Alessandro Norbedo, Alessia Lusina, Claudia Battiston, Claudia Chiarandà, Gabriella Gabrieli, Maurizio Rossi, Roberto Colapietro, Raffaella Strain e Tina Calamita. <-- chiudi
LAVORO IN CORSO non è solo un foglio.
È un tavolo di lavoro che chiede ai cittadini, ai professionisti, agli amministratori della cosa pubblica
di sintonizzarsi per dare vita a un progetto condiviso.
scadenza: 29 feb 2012
pubblicato: 01 dic 2011
torna all'indice LAVORO IN CORSO n.2 - Giornale sull'inserimento lavorativo e sociale del DSM - Intervista a Roberto Cosolini, Sindaco di Trieste
Progetto grafico: Marco Barbariol , Marco Svara
Roberto: Nel programma elettorale per la sua candidatura a Sindaco e in diverse manifestazioni pubbliche lei ha sottolineato l'importanza delle politiche di inclusione sociale come parte qualificante del suo programma, proponendosi di agire su questo tema con modalità molto diverse dal suo predecessore. Ci è parso di capire che lei [...]
Roberto: Nel programma elettorale per la sua candidatura a Sindaco e in diverse manifestazioni pubbliche lei ha sottolineato l'importanza delle politiche di inclusione sociale come parte qualificante del suo programma, proponendosi di agire su questo tema con modalità molto diverse dal suo predecessore. Ci è parso di capire che lei voglia muoversi con una logica che coniuga sviluppo e integrazione. Quali sono gli obiettivi che intende raggiungere nel suo mandato a questo proposito?
Roberto Cosolini: Il nostro programma intende mettere a fuoco alcuni obiettivi che riguardano senz’altro l'integrazione fra sviluppo economico e coesione sociale. Per quanto riguarda in particolare i modelli avanzati di coesione sociale, crediamo che il Comune debba introdurre una metodologia e un'idea di forte integrazione delle politiche sociali per superare la definizione limitativa di assistenza. Nell’ambito delle politiche sociali di solito gli interventi si riferiscono principalmente ai servizi sociali. Tuttavia, con questo termine includiamo anche le scelte che si operano in materia di politiche della casa, di riqualificazione, vivibilità e qualità del territorio, del recupero di zone degradate o abbandonate della periferia, della formazione e perciò della piena esplicazione del diritto al sapere e alla conoscenza che devono essere riconosciuti a tutti i cittadini. Forse il primo obiettivo è proprio quello di introdurre fino in fondo questa idea fortemente integrata di politiche sociali. Scendendo in campi un poco più specifici, credo che in primo luogo dobbiamo confrontarci con i problemi che derivano delle caratteristiche abbastanza peculiari della città di Trieste. Ne dico una fra le tante, ovvero l'elevata presenza di anziani destinata, come linea di tendenza, a confermarsi e per certi versi anche a estendersi nei prossimi anni. Risulta necessario allora creare nuovi servizi che nascano dalla collaborazione tra soggetti pubblici e privati allo scopo di migliorare la qualità della vita della persone anziane. E’ noto ai cittadini che nel programma da noi presentato c'è l'intenzione di ridurre progressivamente l’accoglimento degli anziani nelle case di riposo. Naturalmente questo obiettivo non può essere raggiunto nell'immediato. Per renderlo possibile dobbiamo aumentare i servizi domiciliari, intervenire sulla creazione di spazi comunitari come possono essere i centri diurni, sperimentare progressivamente forme e modalità abitative che possiamo definire in qualche misura solidali o sociali, prevedere forme di coabitazione di persone che da sole si troverebbero in difficoltà, ma che riunite in un progetto, e magari accompagnate, possono viceversa proseguire la propria esistenza in autonomia.
E passiamo ora al tema dell'economia, economia sociale e quindi impresa e cooperazione. E' più che mai evidente come la crisi attuale stia coinvolgendo tutti i tipi di impresa, ma in particolare come stia soffocando le imprese e le cooperative sociali. Il primo intervento che l'amministrazione comunale porterà a regime è la firma di un protocollo in materia di appalti di servizi. Scopo del protocollo è quello di garantire le condizioni di gara che tutelino le imprese sociali, gli spazi che sono loro necessari per continuare a esserci nonché la regolarità dei rapporti di lavoro, in modo da premiare le imprese virtuose e non quelle che fanno del dumping, chiamiamolo così, la ragione della loro competitività.
Se poi questo strumento del Comune, oltre ad attivarsi relativamente agli appalti dei nostri servizi, diventasse una linea guida, una buona prassi da estendersi anche alle altre amministrazioni locali, credo che da questo punto di vista faremmo un buon servizio.
Roberto: Nel documento conclusivo dell'ultimo piano di zona il gruppo di lavoro preposto alle politiche dell'inserimento lavorativo poneva delle raccomandazioni molto precise che, ci risulta per esplicita volontà politica (della passata amministrazione?), sono rimaste letteralmente nel cassetto.
In diversi punti del documento veniva sottolineata la necessita di raccordare l'intervento tra i diversi enti preposti all'argomento. La sua giunta intende utilizzare queste elaborazioni oppure ricominciare tutto da capo e riprendere le lunghe discussioni?
Roberto Cosolini: Premesso che non partecipo e non ho partecipato direttamente alle discussioni dei piani di zona, e che c'è un assessore evidentemente delegato con i suoi collaboratori a tale scopo, la mia risposta non può che essere una risposta metodologica: da un punto di vista generale, se una discussione ha prodotto dei risultati che sono utili a implementare delle scelte, bene, si parte da questi risultati e si sperimentano le scelte da attuare. Non è che possiamo rimanere eternamente legati a una condizione di discussione continua, quindi direi che se ci sono degli spunti interessanti nei documenti prodotti, questi spunti vanno utilizzati.
Roberto: In alcune città italiane i sindaci si sono attivati per cercare nuovi strumenti, come le Fondazioni, allo scopo di accelerare e incrementare le politiche dello sviluppo e dell'inserimento lavorativo delle fasce deboli. All'interno di questi enti partecipa il mondo delle associazioni di categoria, delle fondazioni bancarie, delle diverse istituzioni locali oltre a quello che più specificatamente si occupa d'inserimento lavorativo, come le cooperative sociali. Pensa che questo strumento possa trovare spazio anche in una città come Trieste dove i diversi soggetti sopra menzionati sono, presi singolarmente, molto attivi?
Roberto Cosolini: Sì, credo che le Fondazioni potrebbero anche diventare uno strumento utile, però ho la sensazione che prima di definire lo strumento dobbiamo precisare quale sia il progetto integrato a cui vogliamo fare riferimento. E' necessario definire degli obiettivi comuni nonché le rispettive azioni che i diversi soggetti coinvolti si impegnano a perseguire, e mi riferisco alle Amministrazioni Pubbliche, alla Provincia, al Comune, all'Azienda Sanitaria, al mondo della cooperazione, a quello dei datori di lavoro non appartenenti all'impresa sociale e a tutti gli altri soggetti disponibili. Immaginare se poi la Fondazione sia o non sia lo strumento più idoneo è un passo successivo, prima è assolutamente necessario condividere il progetto. Ci sono senz'altro esperienze di condivisioni di iniziative all'interno di questo campo fatte altrove, ma direi che oggi, in questa città, non c'è ancora un progetto organico che responsabilizzi tutti. Qualcuno si è più esposto di altri, e si è maggiormente impegnato su questo terreno, qualcun'altro invece ha operato da una posizione che potremmo definire al massimo della rimessa - penso alle associazioni imprenditoriali propriamente dette. E' senz'altro utile impostare un percorso di lavoro capace di costruire e condividere obiettivi comuni, e se poi sarà necessario elaborare uno strumento per renderli operativi, sceglieremo in quel momento il più idoneo.
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LAVORO IN CORSO
Ideato e curato dagli operatori che nel DSM si occupano di inclusione lavorativa e sociale: Alessandro Norbedo, Alessia Lusina, Claudia Battiston, Claudia Chiarandà, Gabriella Gabrieli, Maurizio Rossi, Roberto Colapietro, Raffaella Strain e Tina Calamita. <-- chiudi
LAVORO IN CORSO non è solo un foglio.
È un tavolo di lavoro che chiede ai cittadini, ai professionisti, agli amministratori della cosa pubblica
di sintonizzarsi per dare vita a un progetto condiviso.
scadenza: 29 feb 2012
pubblicato: 01 dic 2011
torna all'indice LAVORO IN CORSO n.2 - Giornale sull'inserimento lavorativo e sociale del DSM - Intervista Claudio Giuricin, direttore del Dipartimento di Servizi Condivisi
Gabriella: Innanzi tutto, di che cosa si occupa il vostro Dipartimento?Claudio Giuricin: Il Dipartimento di Servizi Condivisi è una struttura dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Udine. Il mandato che riceviamo ci giunge annualmente dalla giunta regionale, e quindi rispondiamo alle linee di attività indicate dalla stessa. Tra le linee a noi [...]
Gabriella: Innanzi tutto, di che cosa si occupa il vostro Dipartimento?Claudio Giuricin: Il Dipartimento di Servizi Condivisi è una struttura dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Udine. Il mandato che riceviamo ci giunge annualmente dalla giunta regionale, e quindi rispondiamo alle linee di attività indicate dalla stessa. Tra le linee a noi affidate ci sono gli approvvigionamenti alle Aziende sanitarie. Come Dipartimento abbiamo il mandato di riassumere e unificare il fabbisogno di beni e servizi di tutte le aziende del servizio sanitario regionale e darvi risposta secondo un’ottica di centralizzazione mediante gare di appalto nelle quali il DSC ha il ruolo di stazione appaltante.
Gabriella: A proposito delle gare d’appalto, abbiamo constatato che il vostro Dipartimento ha intrapreso una politica attiva per l'inclusione delle fasce deboli e a tal fine, in diversi appalti, ha posto una clausola che prevede l’inserimento lavorativo di almeno il 30% delle persone svantaggiate - nello specifico quelle codificate dalla legge 381. Le risulta che questo indirizzo si collochi in una strategia più articolata, capace di sostenere questa scelta prevedendo percorsi di formazione, incentivi sulle politiche del lavoro o altri strumenti di integrazione?
Claudio Giuricin: Sottolineo che la nostra attenzione è volta a rispettare gli indirizzi che giungono dalla Regione, che nella fattispecie è propensa a favorire l’inserimento delle persone svantaggiate. Da questo punto di vista noi non facciamo politica attiva, ma svolgiamo pratica attiva nell’ambito di precise indicazioni politiche. La nostra è una struttura prettamente operativa. Il nostro ruolo è fare stazione appaltante per le Aziende e avviare tali appalti nel rispetto delle normative vigenti. Non facciamo nulla di più di quanto ci è consentito fare, e talvolta con qualche difficoltà. Fare una gara nella quale entrino i soggetti svantaggiati significa incrociare impostazioni aziendali tra loro assai diverse. Ad esempio nella nostra regione ci sono cinque aziende ospedaliere, ed è ovvio che la loro attenzione all’inserimento lavorativo sia diversa da quella delle aziende per i servizi sanitari, dove la tematica socio sanitaria è presente nei loro mandati. Mettere insieme queste esigenze, costruire una forma di gara che rispetti l’indirizzo dell’inserimento e sia anche conforme alla norma, talvolta può non essere una operazione facile.
Gabriella: La scelta politica della giunta abbiamo detto è quella di includere ma, ripeto, a sostegno di tale inclusione è in atto una politica sociale che consente alle persone svantaggiate di vivere pienamente la propria esperienza lavorativa alla pari di tutti gli altri?
Claudio Giuricin: Come direttore del DSC mi limito a osservare gli aspetti che sono di nostra competenza. Ci è chiaro che l’esito di un certo tipo di gara che coinvolge i soggetti svantaggiati deve inserirsi in un tipo di politica che sostenga tale inclusione. Ma su questo tipo di considerazioni dovrei rispondervi come cittadino, non come direttore di questo Dipartimento.
Claudia: Come verificate che la quota 30% venga rispettata? E da chi vengono verificati i percorsi di queste persone?
Claudio Giuricin: Nel momento in cui facciamo la gara e stipuliamo il contratto, sono le aziende che beneficiano del servizio a relazionarsi con il soggetto esterno. L’azienda è a conoscenza delle regole poste nel capitolato e nel contratto. Noi ci occupiamo di procurare un aggiudicatario che abbia le caratteristiche richieste dall’azienda. La verifica è di competenza dell’azienda, che se ravvede delle contraddizioni ce le segnala, e qualora la segnalazione abbia un supporto evidente, noi interveniamo nelle forme giuridico amministrative previste dal capitolato.
Gabriella: Come viene costruito un capitolato e un bando di gara?
Claudio Giuricin: Il capitolato viene costruito da un gruppo tecnico costituito da soggetti il cui nominativo viene fornito dalle aziende che chiedono il servizio. Il nostro Dipartimento conduce i lavori in modo che tale capitolato corrisponda al mandato dell’ Azienda in relazione alle esigenze di servizio e di caratteristiche di servizio espresse, che non sia in discordanza con la programmazione sanitaria regionale e che sia allineato alla normativa vigente nel settore degli appalti. Il capitolato diventa quindi bando di gara che produce le offerte da parte del mercato. A quel punto chiediamo nuovamente dei nominativi alle aziende per comporre la commissione che valuta gli aspetti tecnici delle offerte.
Gabriella: Tra queste commissioni ci sono figure che hanno esperienza di inserimento lavorativo e sanno porre attenzione alla qualità delle proposte in merito?
Claudio Giuricin: Il presidente della commissione è sempre un dirigente del Dipartimento, che ha competenza diretta sugli aspetti giuridico amministrativi e conoscenza o esperienza indiretta sul merito dei servizi posti in gara; conosce quindi i meccanismi procedurali e normativi e accompagna il percorso di valutazione dei partecipanti alla commissione. I membri della commissione di gara, sono in genere indicati dalle Aziende fra i professionisti interni esperti, ma non hanno in sede di commissione di gara vincolo aziendale: anche se sono stati indicati dall’azienda, sono direttamente e professionalmente responsabili delle valutazioni sulle offerte pervenute con unico vincolo quello del rispetto delle regole e delle disposizioni contenute nel capitolato di gara.
Claudia: Ci sembra però di capire che la commissione che aggiudica la gara valuti gli aspetti concreti dell’offerta ma non l’impegno della ditta rispetto ai criteri della gara.
Claudio Giuricin: Esistono ruoli e compiti all’interno di questo procedimento. Il vincolo del 30% il concorrente lo assume e lo dichiara quale requisito di partecipazione alla gara . Se non assumesse l’impegno mediante dichiarazione preventiva, verrebbe escluso dalla gara. La fase successiva consiste nella valutazione da parte della commissione che attribuisce il punteggio di qualità, valutando la documentazione prodotta e la progettualità offerta secondo i parametri ed i criteri di punteggio qualitativo predefiniti dal capitolato e, successivamente in seduta pubblica, apre le buste economiche ed attribuisce la quota di punteggio al prezzo. La sommatoria dei punti ottenuti individua l’aggiudicatario, con il quale si stipula il contratto. La regola è che l’Azienda che usufruisce di quel servizio ha il compito di monitorare la qualità e l’osservanza degli impegni presi e delle caratteristiche di servizio scritte sul contratto. L’azienda che utilizza il servizio è tenuta a riferire se ci sono deviazioni rispetto al contratto e al capitolato.
Maurizio: E’ il Direttore Generale a fare il controllo?
Claudio Giuricin: L’azienda nomina il Direttore di esecuzione dei servizi, che ha il compito di fare il collaudo / la verifica periodica dei lavori e dei servizi. Se la verifica è ritenuta positiva si dà luogo al pagamento della fattura, se vi è parere negativo la fattura viene bloccata. La stesura del capitolato è importante, non deve dare adito a interpretazioni. Perché è da lì che possono partire le contestazioni.
Gabriella: Che lei sappia è stato individuato uno strumento che valuti come l’impiego di questo 30% di lavoratori possa fare la differenza in termini di povertà e di spesa sociale? Inoltre le ditte che partecipano alle gare forse non sempre hanno attinto alle liste della 381, e sarebbe interessante osservare come la mescolanza che si produce tra i lavoratori dia degli esiti di un tipo piuttosto di un altro …
Claudio Giuricin: Questi impatti possono venire valutati dalle entità giuridiche che hanno un mandato a vario titolo sul tema sociale. La Regione ha un ruolo di indirizzo programmatico ma anche di verifica rispetto alle politiche sociali, e valuta in che misura questi indirizzi diano o meno esito. Su questo lavora la struttura amministrativa regionale, cioè la Direzione centrale regionale, che è il “braccio operativo” dell’assessorato alle politiche sociali, oppure può prodursi una valutazione anche attraverso l’assessorato alla cooperazione sociale.
Gabriella: Ho l’impressione che tra Regione, Dipartimento e Azienda non ci sia un dialogo costante, capace di verificare e vivificare gli intenti programmatici dell’inserimento lavorativo. L’idea è che si vada progressivamente perdendo una cultura che in questa città ha dato molto in termini di integrazione e sviluppo… Per esempio le cooperative di tipo B che hanno esperienza diretta dell’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati, godono di particolare attenzione per questa loro specificità quando viene aggiudicata una gara che prevede l’inclusione di questo 30%?
Claudio Giuricin: Queste di cui sto parlando sono a tutti gli effetti gare pubbliche , e l’aggiudicatario emerge come esito di una serie di fattori che hanno a che vedere con la qualità del capitolato, con la valutazione della commissione e la qualità del mercato.
Gabriella: Rimarco che questo tipo di professionalità è patrimonio della cooperativa B, che rischia di frantumarsi se non si costituiscono alleanze e contaminazioni tra ente pubblico e imprese del profit. La nostra preoccupazione è che ci sia poca sensibilità e attenzione verso questo problema.
Claudio Giuricin: Abbiamo momenti di confronto, che definirei costanti, con le rappresentanze della cooperazione sociale. In genere questo confronto deriva da concrete difficoltà rispetto alla partecipazione a determinate gare. Ci rendiamo conto che c’è la necessità oggettiva di ottenere certi risultati e che esistono dei limiti rispetto alla normativa. Credo che sia compito della cooperazione sociale intervenire affinché siano rese vigenti normative più adeguate agli esiti richiesti.
Maurizi:o Se un criterio per aggiudicarsi la gara è però il massimo ribasso, le cooperative sociali non ce la possono fare. Come può una persona che fa fatica a trovare un equilibrio lavorare all’interno di ritmi dove la qualità di vita e del lavoro è compromessa?
Claudio Giuricin: Molti di questi appalti si configurano tra quelli che rientrano nei servizi integrati dalla legge 20, e lì il criterio del prezzo è relegato al 15%. Gli altri si orientano sul 40% rispetto al prezzo e l’altro 60% sulla qualità. In genere le gare diverse da quelle che stiamo trattando si attestano al 50% per il prezzo e altrettanto per la qualità.
Gabriella: Non mi sembra poco…
Claudia: Sui circa 600 appalti annui elaborate una statistica per valutare quante aziende interagiscono con voi e quanti sono gli inserimenti annui con la 381?
Claudio Giuricin: Censire tutte le gare dove c’è la clausola del 30% non abbiamo mai potuto farlo. Penso che una azienda, dove il tema viene vissuto nella sua complessità e non solo per gli aspetti del bando, dovrebbe tenere le fila dell’insieme degli interventi. Il suo mandato è di controllare il numero di inserimenti effettuati quando la gara li prevede, e creare un nesso tra questo dato e le altre problematiche del settore.
Gabriella: Nella nostra esperienza di operatori della salute mentale, sappiamo che quando si gioca al ribasso si gioca anche sulla salute dei lavoratori. Le ultime gare d’appalto vinte dalle cooperative B hanno dovuto in alcuni casi contrarre le ore previste per produrre un certo servizio. La tutela del diritto al lavoro per quanti sono particolarmente sofferenti non è più garantita.
Claudio Giuricin: Su questo tema non posso darvi una risposta. Il DSC è una macchina amministrativa che lavora sugli approvvigionamenti. Credo che per questo tipo di domande dobbiate rivolgervi all’Assessore regionale alla salute, e per quanto riguarda l’Azienda Sanitaria al suo Direttore Generale. Ciò non toglie che il colloquio tra noi e la cooperazione sociale, che ritengo importantissimo, rimane sempre aperto. Tutte le vicende che ci attraversano, al di là dei risultati, non sono prive di contraddizioni, e sono sempre ricchi i dibattiti che coinvolgono i soggetti disposti a confrontarsi.
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Ideato e curato dagli operatori che nel DSM si occupano di inclusione lavorativa e sociale: Alessandro Norbedo, Alessia Lusina, Claudia Battiston, Claudia Chiarandà, Gabriella Gabrieli, Maurizio Rossi, Roberto Colapietro, Raffaella Strain e Tina Calamita. <-- chiudi
LAVORO IN CORSO non è solo un foglio.
È un tavolo di lavoro che chiede ai cittadini, ai professionisti, agli amministratori della cosa pubblica
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scadenza: 29 feb 2012
pubblicato: 01 dic 2011
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Roberto: Negli incontri e nelle assemblee di quest’anno con i borsisti emergeva per alcuni una insufficiente chiarezza sul percorso formativo, la percezione di una certa marginalità all’interno dell’ambito lavorativo e il generale auspicio di una assunzione. Da ciò emergeva come i borsisti sentissero di valere molto poco, e che [...]
Roberto: Negli incontri e nelle assemblee di quest’anno con i borsisti emergeva per alcuni una insufficiente chiarezza sul percorso formativo, la percezione di una certa marginalità all’interno dell’ambito lavorativo e il generale auspicio di una assunzione. Da ciò emergeva come i borsisti sentissero di valere molto poco, e che le risorse in gioco erano scarse. Come ti relazioni con questi vissuti?
Giancarlo Carena: Quella di essere assunti è un aspettativa legittima, ed è per soddisfarla che noi da trent’anni lavoriamo sul tema dell'inserimento lavorativo. La cooperativa agricola Monte San Pantaleone non è grandissima, ma ha provato sempre a mandare a buon fine i diversi percorsi formativi. Mi sembra tuttavia evidente che dietro al tema dei processi riabilitativi e formativi si giochino un sacco di questioni che sono tutte inerenti a quella aspettativa. Mi riferisco ai meccanismi di valorizzazione della persona, alla possibilità che essa ritrovi la propria voce in un contesto che produce relazione. Allora le strategie sono tante, alle volte pianificate nei percorsi di affiancamento del tutor, altre portate avanti in modo empirico. Per esempio, una pubblicità della cooperativa fatta bene, stampata su un giornale, può stimolare nella persona un senso di appartenenza; una chiacchierata in giardino, o meglio ancora nel roseto, con un esperto di coltura e cura delle rose, può rivelarsi più efficace di una settimana trascorsa con il tutor che insegna come si taglia l'erba - requisito peraltro essenziale se si vuole essere assunti dalla cooperativa. Può succedere che talvolta la settimana trascorsa con il tutor non sia seduttiva quanto una discussione nel roseto! Ecco allora che noi, da sempre, lavoriamo su questo mix di questioni, alle volte riuscendoci bene e altre meno. Ma siamo abbastanza consapevoli che c'è una specie di contorno, una zona da esplorare che sta intorno al semplice percorso formativo, una zona che a noi appare come il luogo più fertile nel quale tentare di intervenire.
Tina: Abbiamo visto che c’è stata una significativa flessione delle assunzioni dei borsisti in quasi tutte le cooperative sociali. Qual è la vostra riflessione su questo problema, a livello di impresa sociale?
Giancarlo Carena: Oggi ci sono decisamente degli elementi nuovi davanti a noi, nel senso che la crisi economica non si legge solo sui giornali, ma si sente per davvero. La sentiamo nell’aggressività del mercato, nella preoccupazione e insicurezza dei singoli, nella difficoltà ad avere un orizzonte sufficientemente lungo dove immaginarsi delle cose. Come impresa, ormai si naviga a vista o quasi, e questo è un problema. E’ evidente che questo scenario ha un forte impatto sulle categorie più deboli che hanno meno chance. Ma una simile situazione, per paradosso, può indurre a inventare forme di inclusione finora inesplorate, come a esempio i lavori di pubblica utilità, che da qualche anno la Provincia sta promuovendo, oppure il potenziamento degli strumenti di formazione. Questi secondo me sono interventi con cui si tenta di porre un argine su questi temi, di creare le condizioni perché le persone escluse possano in qualche modo reinserirsi nel mercato del lavoro. È altresì evidente che tali risorse, utilizzate in questo senso, poi mancheranno da altre parti, per esempio su progetti innovativi, piani di investimento e risorse infrastrutturali. Quindi il rischio che si corre è che questo modo di procedere si avviti un po' su sé stesso. Oggi è davvero più difficile muoversi, ieri si osava rischiare magari con un'assunzione un po’ forzata, ora prima di farlo ci si pensa due volte.
Roberto: Però così si avvita il tutto come prima dicevi tu.
Giancarlo Carena: Certo, anche la prudenza è una brutta bestia, alle volte ti fa frenare, ti fa rallentare... però, ecco, se l'incertezza di questi scenari impone maggiore prudenza, questa condizione, paradossalmente, ci fa comprendere che c'è bisogno più che mai di continuare l'esperienza dell'inclusione sociale.
Tina: A Trieste con la chiusura del manicomio, l’attraversamento delle istituzioni e le nuove ingegnerie sociali che ne sono scaturite, è stata praticata la scommessa dell'impresa sociale. Un percorso ambizioso spesso mal compreso e ancor peggio praticato in giro per il mondo. Pensi che questa parola rappresenti ancora un modo interessante di cercare strade e prospettive nuove?
Giancarlo Carena: Intanto va detto che il termine 'impresa sociale' è parecchio usurato, nel senso che sotto questo termine c'è tutto e il contrario di tutto. Però, volendo tentare di salvare il meglio delle pratiche che in questi anni abbiamo messo dietro a questa parola, io credo di sì, che ci sia una straordinaria attualità anche a partire dal ragionamento che facevo prima. Per me oggi il tema importante è che il mondo della cooperazione sociale ha bisogno di conquistarsi una credibilità. Nel momento in cui la cooperazione sociale afferma di essere un soggetto che ha competenza nell'inserimento lavorativo, deve essere anche un soggetto credibile sul piano imprenditoriale. E questa affermazione pone subito un paio di domande: ma la cooperazione sociale quanto investe in formazione, in innovazione, in nuovi macchinari, quanto osa dal punto di vista imprenditoriale? E lì sappiamo che c'è una debolezza. La seconda questione invece riguarda le alleanze. Il tema dell'inclusione non può a mio avviso riguardare solo la cooperazione sociale, ma deve necessariamente coinvolgere l'insieme delle imprese di questa città! Solo da questa evidenza ritengo sia possibile costruire alleanze con il resto delle imprese e giocarsi la carta della propria competenza in tema di cooperazione sociale. La cultura del fare inclusione può essere trasmessa all'impresa che magari è più capace in termini di innovazione o di investimento.Un'idea di sviluppo della città futura penso debba passare attraverso la valorizzazione dell’importante patrimonio che essa ha coltivato. Credo sia necessario aprire nuove connessioni fra enti di ricerca e università - che possiedono l’eccellenza in tema di innovazione - e mondo imprenditoriale, capace di mettere a profitto tali competenze. Vedo anche l’utilità di un legame tra università, impresa, e gli importanti istituti finanziari che hanno sede in questa città ma sono oggi così distanti dal mondo produttivo. E nello stesso tempo è importante lavorare sul grande tema dell'inclusione che ritengo essere più che mai fattore centrale quando si voglia parlare di una qualunque ipotesi di sviluppo.
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pubblicato: 01 dic 2011
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Gabriella: Ieri abbiamo intervistato il Direttore del DSC, Claudio Giuricin, a proposito delle modalità delle gare di appalto delle Aziende Sanitarie. La giunta regionale pare si stia muovendo a favore dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, ma normative precise a favore della cooperazione sociale a garanzia di tale inserimento sembra siano [...]
Gabriella: Ieri abbiamo intervistato il Direttore del DSC, Claudio Giuricin, a proposito delle modalità delle gare di appalto delle Aziende Sanitarie. La giunta regionale pare si stia muovendo a favore dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, ma normative precise a favore della cooperazione sociale a garanzia di tale inserimento sembra siano assenti. Come vi state muovendo rispetto a questa contraddizione?
Fabio Inzerillo: Negli ultimi dieci anni l’ente pubblico non ha avuto alcuna sensibilità rispetto alla cooperazione sociale. Ricordo il protocollo d'intesa stipulato con Illy, che Dipiazza ha chiuso e dimenticato in un cassetto. E così un po' alla volta ce lo siamo scordato anche noi, e abbiamo iniziato a svilupparci sempre più con una logica di impresa, trascurando un po' le nostre peculiarità di cooperativa sociale. Perché sta accadendo questo? Perché noi abbiamo recuperato una cooperativa che nove o dieci anni fa stava per essere liquidata. Eravamo rimasti in sette, con 150.000 euro di debito e senza più nessun appalto. Come dicevo, con l'amministrazione di centro destra le convenzioni con le cooperative sociali si sono interrotte, e noi avevamo purtroppo solo un cliente, il Comune di Trieste. Lavoravamo nell'area dei servizi amministrativi, compreso l'ufficio relazioni con il pubblico di piazza Unità, dove le informazioni a turisti e cittadinanza venivano dati da un gruppo di lavoro che per l'80% proveniva dalla salute mentale, con svantaggi direi importantissimi. Secondo me oggi, dopo dieci anni di quel tipo di amministrazione, con tutti cambiamenti intercorsi a livello di mercato e di cooperative sociali, quelli che un tempo erano soci non riusciremmo a prenderli neanche come borsisti. Del lavoro di inclusione operato in passato probabilmente non siamo stati in grado di misurare il valore, non abbiamo saputo quantificare il risparmio per un ente quando un cittadino smette di vivere di assistenzialismo e inizia ad emanciparsi, trovare un lavoro, pagare le tasse.
Alessandro: Come coniugate il mandato di cooperativa sociale con inserimento obbligatorio del 30% delle persone svantaggiate, che storicamente provenivano dalla Salute Mentale, e lo sviluppo in impresa?
Fabio Inzerillo: . E qui sta il problema. Nel nostro organico quasi il 45-50% dei soci provengono dall’area dello svantaggio, solo che tendiamo, negli ultimi anni, per opportunità e non per scelta, a inserire soprattutto persone pescate dalle liste del collocamento mirato, che in alcuni casi sono anche seguite dal Dipartimento di Salute Mentale, ma non necessariamente. Questa scelta è dettata senz'altro dal mercato, nel senso che i clienti richiedono una produttività e una qualità dei servizi altissima. Per la tipologia di servizi che svolgiamo non è semplicissimo inserire una persona con problemi di un certo tipo, perché da parte dei nostri clienti non sempre c'è la sensibilità necessaria per accettare livelli di produttività o qualità del servizio forse anche solo un pelino più problematici. Devo dire che molti dei nostri clienti ignorano che siamo una cooperativa sociale. Il 30 - 40 % del fatturato proviene infatti da rapporti con enti privati, e la produttività richiesta dal privato, per definizione, è diversa da quella richiesta dall'ente pubblico.
Gabriella: Affrontate questa situazione cercando strade nuove?
Fabio Inzerillo: Al nostro interno il tema dell'inserimento lavorativo è all'ordine del giorno, perché questa lenta trasformazione in qualcosa di diverso non va bene. Siamo talmente pressati dalle richieste di un mercato complesso e dalla tenuta della cooperativa, che rischiamo di perdere il nostro fondamentale obiettivo, che è appunto l'inserimento lavorativo. Stiamo cercando di capire se con l’ente pubblico, con il mercato, possiamo trovare soluzioni possibili. Ricordo che dal Dipartimento di salute Mentale di Trieste la cooperazione sociale ha avuto l’impulso a porre fin da subito una estrema attenzione alla qualità, alla bellezza del prodotto e al processo della sua realizzazione. Un'attenzione insolita, inesistente per le leggi del mercato. La Collina una volta aveva una falegnameria, un laboratorio video, un teatro... Quando quell'esperienza ha dovuto confrontarsi con il mercato, non parlo di un mercato protetto come si poteva considerare l'ente pubblico, che a suo tempo aveva sensibilità e attenzione all’argomento, quel sistema ha collassato. Racconto questo perché voglio sottolineare che qualunque cooperativa sociale, oggi più di ieri, deve poter stare sul mercato a prescindere dalle scelte politiche dell’ente pubblico, che a sua volta si comporta come un ente privato poiché le normative e i protocolli di intesa rimangono lettera morta. Siamo ormai tutti a conoscenza che la stragrande maggioranza delle gare d'appalto indette dagli enti pubblici funzionano al massimo ribasso. E questa scelta, per definizione, esclude la possibilità di fare inserimento lavorativo serio perché le cooperative sociali non possono competere a questi livelli con le imprese. Le cooperative sociali inoltre pagano i soci conformemente al contratto nazionale, a differenza di ciò che usa fare una grossissima fetta di aziende nostre concorrenti che praticano questi ribassi e poi non sono in grado di pagare le persone con il contratto nazionale, condizione peraltro obbligatoria per chi partecipa alle gare d'appalto. Il problema è che l'ente pubblico non svolge un'attività di monitoraggio di queste offerte, non è in grado di controllare e quindi di escludere dalla gara le aziende che giocano sporco.
Gabriella: Impresa Sociale. Questo modo di intendere le relazioni tra cittadini e mondo del lavoro è ancora capace, secondo te, di dialogare e includere in modo nuovo e spregiudicato le fasce deboli, escluse ora per scelte politiche miopi ora per un mercato prevenuto e spaventato dalla crisi?
Fabio Inzerillo: Assolutamente sì. La crisi generalizzata sta diventando quasi un’opportunità per noi, nel senso che aiuta a mettere in luce il sapere della cooperazione sociale che va ben oltre i servizi venduti. Si tratta della capacità di svolgere e supportare percorsi d'inserimento lavorativo delle fasce deboli come nessun’altro. C'è però un ragionamento da fare rispetto a quelle che vengono definite fasce deboli: i curriculum che giungono in cooperativa, quasi un centinaio alla settimana, provengono da professionisti altamente qualificati in assoluta difficoltà a posizionarsi nel mondo del lavoro.
Alessandro: Stai dicendo che i giovani, o i meno giovani che hanno perso il lavoro, sono entrati a far parte a pieno titolo delle fasce deboli?
Fabio Inzerillo: Sì, parlo dei giovani, delle donne … di tutti noi, che siamo una generazione di precari che non andrà mai in pensione. Però la crisi può diventare un'opportunità nel senso che ci riporta al tema dell’inclusione che vogliamo recuperare, aprendo scenari e opportunità nuove. La Regione per esempio ha trasformato il reddito di cittadinanza in bandi di lavoro di pubblica utilità rivolto ai giovani e ai meno giovani che hanno perduto il lavoro. Pur nella consapevolezza che questo non è lo strumento risolutivo del problema - otto mesi di reddito garantito per una persona che poi torna a casa a guardare il soffitto magari con la mamma di novant’anni, questo è quello che pensavo all'inizio – sono riuscito a intravedere in questo dispositivo qualcosa di interessante. Ricordo il giorno in cui queste persone si sono presentate al colloquio e hanno raccontato le loro storie, e il giorno in cui si è concluso il contratto con l'Università di Trieste. Il periodo lavorativo era andato talmente bene che l'Università è ora un nuovo cliente della cooperativa! Queste persone erano come rinate, e non solo per il contributo economico, ma per il contesto favorevole dove avevano lavorato, per le relazioni che si erano instaurate, perché erano state affiancate a persone giovani, perché si erano confrontate con i problemi quotidiani del lavoro. La Collina aveva acquisito in quell’occasione due progetti di pubblica utilità che hanno dato lavoro a otto persone disoccupate da lunghissimo tempo. La domanda che dobbiamo porci è questa: come mai abbiamo vinto noi quei progetti e non una società di Milano leader nazionale nella gestione di attività bibliotecarie, che concorreva con noi? Rispetto alla relazione presentata e ai bilanci sociali che avevamo reso disponibili, l’Università capì chi eravamo, e si affidò alla nostra competenza per una buona riuscita del progetto.
Gabriella: Se siete riusciti a ottenere un contratto nuovo con l'Università, avete a vostra volta integrato come soci queste persone che hanno lavorato con voi?
Fabio Inzerillo: La chiave di lettura del dato appena esposto è l’aver dimostrato che la cooperativa sociale sa portare a buon fine un percorso di inserimento lavorativo. I progetti erano due, uno in ambito bibliotecario con sei persone, l’altro di gestione del Museo dell’Antartide con altre due. Il servizio al museo è altamente qualificato, con visite guidate, quindi è ovvio che c'era bisogno di una formazione scientifica. La dirigenza dell'Università ha apprezzato talmente tanto il lavoro delle due persone, che ha voluto mettere in campo le risorse per dare continuità al percorso. Il problema era che le risorse erano talmente poche che, trasformandole nel nostro contratto nazionale, non si riusciva a starci dentro. Quindi abbiamo dovuto rinunciare all’importo (veramente lo abbiamo stornato in attività di tutoraggio), ma al tempo stesso abbiamo utilizzato la rete di relazioni che avevamo con la Provincia e attivato due tirocini formativi che hanno permesso alle persone di mantenere un reddito senz’altro più alto di quello che avrebbero ottenuto con il contratto dell’Università. Con la Provincia l’impegno preso è che se l'appalto sui musei, che stiamo aspettando ormai da due mesi, va in porto, queste due persone transiteranno all'interno della cooperativa per svolgere altri servizi, tenuto conto che l'Università vorrà ripetere l'operazione al museo con la prossima tornata di lavoratori di pubblica utilità.
Alessandro: Nella vostra cooperative c’è qualcuno che si occupa di scoprire e usare le risorse a disposizione, di partecipare a progetti che integrino le fasce deboli nel senso ampio che dicevi prima?
Fabio Inzerillo: Di solito lo faccio io. Questa attività di ricerca degli strumenti offerti la vedo come una attività prettamente commerciale, nel senso che la cooperativa non è solo vendita di servizi, ma è utilizzo cosciente e ragionato della quantità enorme di risorse che ci sono a disposizione. Il problema è conoscerle, imparare a chiederle, saperle collocare. Un esempio: abbiamo vinto la gara LPU, e quindi abbiamo attivato percorsi formativi paralleli con richiesta di contributo per aumentare l’attività di tutoraggio prevista dal bando. Sempre con richiesta di contributi abbiamo acquisito attrezzature specifiche per far funzionare un progetto molto difficile che impiegava otto persone disabili con reddito insistente. Per vincere la scommessa abbiamo agito tutta la rete di possibilità a disposizione. Se ci fossimo limitati a rispondere a quello che era previsto dal contratto d’appalto, non avremmo ottenuto quel risultato. Banalmente, non saremmo stati in grado di garantire una continuità di tutoraggio così importante. Solo in quel modo, entrando nella rete delle risorse e usando le nostre competenze, siamo riusciti a portare a buon fine l’esperienza.
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scadenza: 29 feb 2012
pubblicato: 01 dic 2011
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Foto di gruppo a Luxor
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Commenti pierpaolo. Bel viaggio! Sicuramente un'esperienza importante da ripetersi.
scadenza: 23 mag 2012
pubblicato: 25 nov 2011
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pubblicato: 05 ott 2011
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pubblicato: 27 mag 2011
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